Scomparve un sabato di 18 anni fa.
Aveva 91 anni.
Indice
Biografia di Dino Risi
| Pietra miliare | Data completa | Località e Provincia | Stato | Dettaglio storico |
| Nascita di Dino Risi | 23 dicembre 1916 | Milano, Milano | Italia | Nasce nel capoluogo lombardo in una famiglia di estrazione alto-borghese. |
| Esordio alla regia con Vacanze col gangster | 28 febbraio 1952 | Roma, Roma | Italia | Porta a termine e distribuisce il suo primo lungometraggio ufficiale, aprendo la strada a una lunga carriera. |
| Prima proiezione di Il sorpasso | 5 dicembre 1962 | Roma, Roma | Italia | Esce nelle sale il suo capolavoro assoluto, interpretato da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant. |
| Leone d’Oro alla carriera | 5 settembre 2002 | Venezia, Venezia | Italia | Riceve il prestigioso riconoscimento durante la cinquantanovesima edizione della Mostra del Cinema. |
| Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce | 26 maggio 2004 | Roma, Roma | Italia | Viene insignito della massima onorificenza dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. |
| Morte di Dino Risi | 7 giugno 2008 | Roma, Roma | Italia | Si spegne all’età di novantuno anni, nel residence del quartiere Parioli dove viveva da tempo. |
Introduzione
La figura di Dino Risi si staglia nel panorama culturale del Novecento non semplicemente come quella di un regista e sceneggiatore di successo, ma come quella di un vero e proprio anatomopatologo della società italiana. Attraverso l’obiettivo della sua macchina da presa, egli ha saputo sezionare, con spietata lucidità e ineguagliabile ironia, l’evoluzione di un Paese che usciva dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale per lanciarsi, con vorace entusiasmo e molte contraddizioni, nell’ebbrezza del boom economico.
Insieme a un ristretto gruppo di maestri dell’epoca, Dino Risi è unanimemente riconosciuto come uno dei maggiori interpreti e fondatori della cosiddetta “commedia all’italiana”. Il suo cinema ha rappresentato uno specchio fedele, a tratti deformante ma sempre profondamente veritiero, in cui l’Italia ha potuto osservare i propri vizi, le proprie viltà, i propri slanci e i propri irrimediabili difetti. Non si limitava a far ridere il pubblico, ma utilizzava la risata come un grimaldello per scardinare le ipocrisie della borghesia, l’arrivismo dilagante e la perdita di innocenza di un’intera nazione.
Mito vs Realtà: La Commedia come Analisi Sociologica
Esiste un radicato luogo comune, spesso alimentato da una critica cinematografica frettolosa, che tende a relegare la commedia all’italiana, e in particolare l’opera di Dino Risi, nel recinto del semplice intrattenimento leggero e disimpegnato. Si immagina talvolta che i suoi film fossero costruiti esclusivamente per assecondare i gusti del grande pubblico, puntando su una comicità di grana grossa o su bozzetti regionali privi di spessore.
La realtà storica e contenutistica della sua filmografia smentisce categoricamente questa visione superficiale. Il cinema di Dino Risi era, al contrario, venato da un pessimismo cosmico e da un cinismo profondamente radicato. Le sue pellicole non offrivano mai consolazione o facili assoluzioni finali. I personaggi che popolano le sue sceneggiature sono spesso antieroi cinici, truffatori, cialtroni o figure tragicamente inadeguate alla modernità. Dietro la facciata della battuta fulminante e della situazione comica, il regista nascondeva una critica sociale spietata, un’analisi antropologica rigorosa che derivava direttamente dal suo peculiare percorso di formazione, molto lontano dalle accademie d’arte tradizionali.
Contesto Storico e Origini
Per comprendere la lente clinica e disincantata con cui Dino Risi ha scrutato il mondo, è indispensabile calarsi nel contesto sociale e culturale della Milano degli anni Venti e Trenta. Egli nasce in piena Prima Guerra Mondiale, il 23 dicembre 1916, all’interno di una famiglia della solida e agiata borghesia meneghina. Suo padre è un medico stimato e l’ambiente domestico è permeato da una cultura pragmatica, razionale e orientata allo studio delle professioni liberali.
La Milano della sua giovinezza è una città in rapida trasformazione, il motore industriale di un’Italia che, sotto la morsa del regime fascista, cerca di modernizzarsi pur mantenendo rigide gerarchie sociali. L’educazione di Dino Risi segue un binario apparentemente tracciato: dopo gli studi classici, assecondando la tradizione paterna, si iscrive alla facoltà di medicina. Il suo approccio allo studio non è quello di un sognatore romantico, ma quello di un osservatore analitico. Si laurea brillantemente in medicina, decidendo di proseguire il suo percorso accademico con una specializzazione particolarmente complessa e delicata: la psichiatria.
Questa scelta lo porta a svolgere un duro e formativo tirocinio all’interno di un manicomio provinciale. È un’esperienza spartiacque, un impatto frontale con la sofferenza mentale, l’emarginazione e le distorsioni della psiche umana. Tra le mura severe dell’istituto psichiatrico, a contatto quotidiano con pazienti alienati e con le rigide dinamiche istituzionali dell’epoca, Dino Risi matura una consapevolezza cruciale. Capisce intimamente, misurando le proprie risorse emotive, di non essere adatto a quella specifica professione clinica. Il carico di dolore umano e l’impotenza terapeutica di quegli anni lo convincono ad abbandonare la carriera medica.
Tuttavia, quell’esperienza in corsia non andrà perduta. Il tirocinio in manicomio affina in lui una capacità di osservazione straordinaria, una sensibilità nel cogliere tic, manie, debolezze e nevrosi umane che diventerà il marchio di fabbrica inconfondibile della sua futura carriera dietro la macchina da presa. Il suo passaggio al mondo dello spettacolo non avviene in modo brusco, ma scaturisce da una serie di fortunati incontri intellettuali nella vivace Milano dell’immediato dopoguerra.
Proprio nel capoluogo lombardo, frequentando i circoli culturali e i caffè storici dove si respirava l’aria di rinnovamento e di ricostruzione post-bellica, Dino Risi stringe amicizia con figure di spicco del panorama letterario e cinematografico. L’incontro con lo scrittore e regista Mario Soldati e, successivamente, con il regista Alberto Lattuada, si rivela decisivo. Entrambi intuiscono la sua intelligenza brillante e il suo sguardo caustico sulla realtà, incoraggiandolo a collaborare alle prime produzioni e traghettandolo definitivamente dai trattati di psichiatria ai set cinematografici, dove il suo occhio clinico troverà finalmente il modo perfetto per esprimersi.
L’Ascesa
Il trasferimento dalla nebbiosa e industriale Milano alla solare e caotica Roma degli anni Cinquanta segna il vero punto di svolta nella vita professionale di Dino Risi. La capitale in quel decennio è un cantiere a cielo aperto, il fulcro incontrastato di un’industria cinematografica che sta febbrilmente cercando nuovi linguaggi dopo l’esaurimento della spinta propulsiva del Neorealismo più rigoroso. Fortemente incoraggiato dai primi contatti avuti al nord con Mario Soldati e Alberto Lattuada, il giovane medico prestato alla cinepresa inizia a farsi le ossa sul campo, assimilando i ritmi estenuanti dei set e i meccanismi produttivi di Cinecittà.
I suoi primissimi passi nel mondo della celluloide non sono legati alla commedia, bensì al documentario. Dino Risi realizza una serie di cortometraggi in cui l’occhio clinico affinato durante gli studi di psichiatria si rivela uno strumento formidabile per inquadrare la quotidianità delle classi popolari, senza pietismi ma con una nitidezza descrittiva assoluta. Questa preziosa e rigorosa gavetta documentaristica culmina, nel corso dell’anno 1952, con il completamento e la distribuzione del suo primo vero lungometraggio a soggetto, intitolato Vacanze col gangster. Si tratta di un’opera prima acerba ma interessante, che gli permette di padroneggiare la macchina narrativa complessa di un film di finzione e di farsi notare dai produttori dell’epoca.
La vera consacrazione commerciale e autoriale, tuttavia, deve attendere qualche anno. Il successo travolgente arriva nel 1956 con l’uscita nelle sale di Poveri ma belli, una pellicola da lui interamente scritta e diretta. Questo film rappresenta uno spartiacque fondamentale per l’evoluzione del cinema italiano: è una commedia di costume che racconta, in forma umoristica e leggera, le primissime avventure amorose e i piccoli sotterfugi di un gruppo di giovani ragazzi appartenenti alla piccola borghesia romana.
Con Poveri ma belli, Dino Risi inventa una nuova grammatica narrativa, definita da molti critici come “neorealismo rosa”. Mettendo da parte i drammi della disoccupazione post-bellica, il regista fotografa un’Italia che ha finalmente voglia di sorridere, di corteggiare, di passeggiare per le strade assolate con la spensieratezza di chi inizia a intravedere un modesto benessere materiale. La pellicola ottiene incassi formidabili al botteghino, trasformando Dino Risi in uno dei registi più richiesti e corteggiati dell’intero panorama nazionale, pronto ormai ad affrontare le grandi sfide narrative del decennio successivo.
Il Giorno del Destino: Il Momento “Successe Oggi”
Esiste una data esatta in cui la commedia all’italiana perde definitivamente la sua innocenza giovanile per trasformarsi in uno strumento di spietata indagine sociologica: il 5 dicembre 1962. In quella fredda giornata d’inizio inverno, debutta nelle sale cinematografiche italiane il capolavoro assoluto del regista, intitolato Il sorpasso. Quella che viene presentata al pubblico come una semplice e scanzonata commedia on the road si rivelerà, nel corso dei decenni, il ritratto più acuto, feroce e profetico dell’intero miracolo economico italiano.
Il film poggia interamente su un contrasto umano formidabile. Da una parte c’è Roberto Mariani, interpretato dal misurato attore francese Jean-Louis Trintignant, un giovane studente di giurisprudenza timido, inquadrato, legato ai doveri e alle rigidità del passato. Dall’altra irrompe la figura strabordante di Bruno Cortona, interpretato da un monumentale e incontenibile Vittorio Gassman, un quarantenne cialtrone, vitalista, amorale e invadente, che viaggia a folle velocità a bordo di una rombante Lancia Aurelia B24 decappottabile. L’incontro casuale tra i due, in una Roma deserta e assolata nel giorno di Ferragosto, innesca un viaggio surreale lungo la via Aurelia, diretto verso le spiagge della Toscana.
Scena dopo scena, Dino Risi utilizza il viaggio in automobile come una discesa agli inferi della nuova morale borghese. La prepotenza motoristica di Bruno Cortona, i suoi continui sorpassi azzardati, la sua incapacità cronica di fermarsi a riflettere, diventano la metafora esatta di un’Italia che correva a perdifiato verso il consumismo, ignorando regole, tradizioni e prudenza. Il motore rombante copre il vuoto esistenziale di una nazione che si stava arricchendo economicamente ma stava, al contempo, impoverendo irreparabilmente il proprio tessuto morale.
Il colpo di genio, l’atto di coraggio assoluto che consegna Il sorpasso alla storia del cinema mondiale, risiede nel suo epilogo. Contro ogni consuetudine della commedia classica, Dino Risi decide di chiudere il film in tragedia. Un ultimo, fatale sorpasso azzardato su una curva a picco sul mare di Castiglioncello fa precipitare la vettura e costa la vita al giovane e innocente studente, mentre il cialtrone esce illeso ma condannato all’orrore della propria vacuità. Quell’incidente mortale raggela la risata del pubblico in gola, sancendo per sempre la fine dell’illusione che il boom economico potesse risolversi in un lieto fine collettivo senza pagare un altissimo prezzo di sangue e di etica.
Analisi Verticale
L’opera di Dino Risi negli anni Sessanta tocca l’apice di una sintesi perfetta tra l’eredità amara del neorealismo e la graffiante satira di costume. Il suo cinema, profondamente nutrito dagli studi clinici giovanili, opera come un bisturi sulla psicologia di massa degli italiani. Egli non giudica mai esplicitamente i suoi personaggi, ma li osserva con la freddezza distaccata dell’entomologo, lasciando che le loro stesse azioni grottesche ne rivelino la pochezza morale o la tragica rassegnazione.
Questa poetica del disincanto trova una delle sue espressioni più alte e drammatiche nel 1961, con la realizzazione di Una vita difficile. La pellicola vede uno straordinario Alberto Sordi impegnato in un ruolo di profondo spessore drammatico, quello dell’ex partigiano Silvio Magnozzi. Attraverso le vicende umane e professionali del protagonista, Dino Risi mette in scena il fallimento degli ideali della Resistenza, inghiottiti lentamente dal compromesso, dalla corruzione e dall’arrivismo della nascente Repubblica. La risata, in questo film, si trasforma rapidamente in un sapore amaro, testimoniando la sconfitta morale di un’intera generazione che ha barattato i propri sogni per un effimero benessere economico.
Il registro puramente satirico raggiunge invece la sua massima deflagrazione nel 1963, quando il regista porta nelle sale il film a episodi intitolato I mostri. Per questo progetto corrosivo, Dino Risi lavora con la formidabile e affiatata coppia comica formata da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. In una serie di brevi schizzi, a volte della durata di una manciata di minuti, il regista destruttura i miti della modernità, offrendo una galleria di personaggi deformati dall’egoismo, dal cinismo e dall’opportunismo sfrenato. Il termine “mostri” non indica creature fantastiche, ma l’imbarazzante e mostruosa normalità dell’italiano medio, pronto a calpestare il prossimo pur di affermare il proprio minuscolo tornaconto personale.
Al centro di questo universo espressivo si staglia la lunga e fortunata collaborazione umana e professionale proprio con l’attore Vittorio Gassman. Dino Risi fu tra i pochissimi registi a intuire che, dietro la solenne impostazione teatrale e il portamento aristocratico del mattatore, si nascondeva un potenziale comico dirompente e una nevrosi modernissima. Insieme, i due hanno realizzato ben quindici pellicole, costruendo passo dopo passo la figura del cialtrone affascinante, un archetipo narrativo che ha dominato l’immaginario collettivo italiano per decenni, divenendo la maschera perfetta attraverso cui il regista milanese ha saputo diagnosticare le malattie croniche della nostra società.
Il Tramonto
Con l’esaurirsi della spinta propulsiva del boom economico e l’addensarsi delle nubi sociali che avrebbero caratterizzato i successivi “anni di piombo”, il cinema di Dino Risi dimostra una straordinaria capacità di adattamento, mantenendo intatta la sua proverbiale lucidità d’analisi. Il regista milanese non si ritrae di fronte ai mutamenti di costume, ma continua a sezionare le ipocrisie del Paese esplorando nuovi territori narrativi e tematici, sempre in bilico tra la risata caustica e il dramma psicologico.
Sul finire del decennio, esattamente nel 1969, decide di affrontare frontalmente il tema della sessualità e dei tabù nell’era post-Sessantotto. Lo fa dirigendo il film a episodi Vedo nudo, affidato alla formidabile e versatile maschera di Nino Manfredi. Attraverso questo lavoro, il regista scruta le nevrosi erotiche dell’italiano medio, svelando come, dietro l’apparente liberazione sessuale e le rivoluzioni culturali di quegli anni, si nascondessero ancora antichi moralismi e inconfessabili frustrazioni provinciali.
La sua indagine sulle istituzioni e sulle tare endemiche della società italiana si fa ancora più cupa e definitiva nel 1971, anno in cui porta nelle sale In nome del popolo italiano. Questa pellicola rappresenta una delle vette più alte del suo pessimismo analitico: mettendo in scena lo scontro frontale tra un magistrato rigoroso e un industriale corrotto e cialtrone, Dino Risi anticipa di decenni, con precisione chirurgica, le crepe profonde del sistema giudiziario e politico nazionale, esplorando vizi, difetti strutturali e luoghi comuni di un’Italia ormai cinica e disillusa. Nello stesso fecondo anno, dimostra la sua capacità di governare grandi produzioni di respiro internazionale dirigendo l’amatissima coppia formata da Marcello Mastroianni e Sophia Loren nella commedia dolceamara La moglie del prete.
Il vertice assoluto di questa fase di maturità autoriale giunge però nel 1974 con l’uscita di Profumo di donna. Basato sul romanzo di Giovanni Arpino, il film abbandona i toni corali della commedia per concentrarsi su un intenso e dolente dramma psicologico. Affidato all’interpretazione magistrale del suo attore feticcio, Vittorio Gassman — calato nei panni di un capitano in pensione, cieco, cinico e disperato —, il lungometraggio riscuote un successo critico e commerciale di proporzioni globali, arrivando a ottenere ben due prestigiose nomination ai premi Oscar negli Stati Uniti d’America.
Il legame umano e artistico con Vittorio Gassman attraversa quasi mezzo secolo di storia del cinema, una collaborazione lunghissima e feconda che conta ben quindici pellicole condivise. Questo sodalizio irripetibile trova il suo malinconico canto del cigno nel 1990, quando i due lavorano insieme per l’ultima volta nel film Tolgo il disturbo. Con il mutare profondo dei gusti del pubblico e delle logiche industriali della settima arte, il regista negli anni successivi dirada i suoi impegni sul grande schermo, concedendosi però alcune incursioni televisive di qualità, tra cui spicca la regia del film per la televisione Le ragazze di miss Italia, andato in onda nel 2000.
Gli ultimi anni della sua lunga esistenza trascorrono nella quiete di un noto residence situato nel quartiere romano dei Parioli, zona in cui viveva da lunghissimo tempo. Lontano dal clamore dei set, ma conservando fino all’ultimo la sua proverbiale e tagliente ironia, Dino Risi si dedica alla memoria. Nel 2004 consegna al pubblico la sua brillante autobiografia, intitolata significativamente I miei mostri, un testo in cui ripercorre con distacco e acume i trionfi e le miserie del mondo dello spettacolo. Si spegne serenamente a Roma il 7 giugno 2008, all’età di novantuno anni, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura italiana.
L’Eredità Culturale
L’impronta lasciata da Dino Risi nel patrimonio culturale del nostro Paese è profonda, inestinguibile e ancora oggi materia di studio nelle accademie cinematografiche di tutto il mondo. Egli ha dimostrato in modo inequivocabile come la commedia non sia affatto un genere minore, ma possa al contrario assurgere a strumento privilegiato per l’indagine sociologica e la critica antropologica. Il suo occhio clinico ha saputo diagnosticare le malattie croniche dell’Italia contemporanea molto prima e molto meglio di innumerevoli saggi sociologici.
Le istituzioni e la comunità artistica internazionale hanno ampiamente riconosciuto la grandezza della sua opera. Il 5 settembre 2002, il suo immenso contributo alla settima arte è stato celebrato con l’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera durante la cinquantanovesima Mostra del Cinema di Venezia. Pochi anni più tardi, il 26 maggio 2004, il suo Paese gli ha tributato il massimo onore istituzionale, quando l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, lo ha formalmente insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.
Oggi, rivedere le pellicole di Dino Risi significa sfogliare l’album fotografico di una nazione in perenne bilico tra tragedia e farsa. I suoi “mostri” non appartengono soltanto a un’epoca passata, ma sopravvivono trasfigurati nella modernità, rendendo il suo cinema un classico senza tempo. Per la redazione di “Successe Oggi”, ripercorrere l’itinerario clinico e artistico di questo maestro significa fornire ai lettori non solo la biografia di un grande cineasta, ma la chiave di lettura indispensabile per decifrare l’identità complessa e contraddittoria dell’Italia intera.
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