Strage di Marzabotto

Strage di Marzabotto eccidio di Monte Sole - 29 settembre 1944 - Marzabotto, Bologna - Italia
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Strage di Marzabotto (29/9/1944)

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Eventi della Storia: Strage di Marzabotto

Pietra miliareData completaLocalità e ProvinciaStatoDettaglio storico
Costituzione della Stella Rossa17 novembre 1943Marzabotto, BolognaItaliaFormazione della brigata partigiana Stella Rossa guidata da Mario Musolesi per contrastare l’occupazione tedesca.
Strage di Sant’Anna di Stazzema12 agosto 1944Stazzema, LuccaItaliaLe truppe guidate da Walter Reder compiono una terribile strage in Versilia prima di spostarsi sull’Appennino.
Emanazione direttive di annientamento24 settembre 1944Bologna, BolognaItaliaIl feldmaresciallo Albert Kesselring dispone il rastrellamento totale e l’azzeramento della resistenza nella zona di Monte Sole.
Inizio dell’eccidio di Monte Sole29 settembre 1944Marzabotto, BolognaItaliaLe SS guidate da Walter Reder attaccano le frazioni di Casaglia e San Martino, trucidando centinaia di civili.
Conclusione delle operazioni principali5 ottobre 1944Grizzana Morandi, BolognaItaliaSi chiude la prima fase dei massacri sistematici nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno.

Introduzione

Il martirio della comunità appenninica tra il Reno e il Setta

L’eccidio compiuto nell’autunno del 1944 sul crinale appenninico compreso tra la valle del fiume Reno e la valle del fiume Setta rappresenta una delle pagine più drammatiche patite dalla popolazione civile in Italia durante la seconda guerra mondiale. Conosciuta nella storiografia con la denominazione di strage di Marzabotto, l’operazione militare e punitiva condotta dalle forze armate tedesche tra il 29 settembre 1944 e il 5 ottobre 1944 si abbatté in modo devastante sull’intero territorio circostante la cima di Monte Sole. L’evento coinvolse in misura diretta i comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, radendo al suolo interi nuclei abitativi, complessi parrocchiali, scuole, infrastrutture stradali e ponti ferroviari.

Sebbene l’opinione pubblica identificò prioritariamente il massacro con il comune di Marzabotto, il quale pagò il prezzo più alto in termini di vittime dirette con centocinquanta cittadini trucidati, l’azione bellica coprì un’area geografica estremamente vasta e variegata. Le truppe naziste appartenenti alla 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS, al comando del capitano Walter Reder, applicarono una dottrina di sterminio preventivo orientata a privare i combattenti antifascisti di qualsiasi supporto logistico, materiale e umano. La ferocia delle esecuzioni non fece alcuna distinzione di età o di genere, travolgendo neonati, anziani, donne e sacerdoti all’interno di luoghi tradizionalmente considerati di rifugio e di preghiera.

La pianificazione dell’annientamento civile e partigiano

Il quadro operativo venne delineato ai massimi vertici delle forze di occupazione in Italia, sotto la diretta responsabilità del feldmaresciallo Albert Kesselring. L’obiettivo primario stabilito dai comandi germanici era la liquidazione definitiva della brigata partigiana Stella Rossa, formazione guidata dal comandante Mario Musolesi, attiva lungo i rilievi di Vado e dell’altopiano di Monte Sole. Per raggiungere tale finalità, il capitano Walter Reder integrò nei reparti d’assalto anche elementi della guardia repubblichina del fascio, tra i quali Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, sfruttando la conoscenza meticolosa dei luoghi e della lingua italiana per evitare la fuga dei contadini locali.

I bilanci complessivi delle violenze protrattesi nel comprensorio registrarono oltre milleottocento vittime civili, accumulate sia durante l’offensiva principale di cinque giorni, sia nel corso dei mesi precedenti e successivi all’autunno del 1944. La devastazione del territorio venne prolungata nel tempo attraverso l’impiego massiccio di ordigni esplosivi e mine antiuomo, le quali continuarono a mietere vittime innocenti tra la popolazione locale fino al 1966. La ricostruzione storica degli avvenimenti richiede un’analisi rigorosa delle premesse tattiche e delle decisioni belliche che trasformarono la catena montuosa bolognese in un teatro di terra bruciata e massacro metodico.

Contesto Storico e Antefatto

La Linea Gotica e la rilevanza strategica del territorio di Monte Sole

Nel corso dei mesi centrali del 1944, la situazione militare nella penisola italiana registrò un progressivo e inesorabile arretramento delle truppe della Germania nazista di fronte all’avanzata delle forces alleate. A seguito dell’armistizio firmato da Pietro Badoglio l’8 settembre 1943 e della successiva occupazione del territorio nazionale, il comando supremo tedesco predispose un articolato sistema di fortificazioni difensive lungo la dorsale appenninica, denominato Linea Gotica. Questa barriera difensiva si estendeva dalla costa tirrenica nei pressi di Massa e Carrara fino al litorale adriatico presso Pesaro, trasformando l’intero settore montano dell’Emilia-Romagna in un nodo di strategica importanza per la tenuta del fronte settentrionale.

L’area di Monte Sole, posizionata geograficamente tra la valle del fiume Reno e la valle del fiume Setta, rappresentava una cerniera logistica fondamentale per le comunicazioni tra la città di Bologna e la regione Toscana. La presenza delle linee ferroviarie e delle principali vie di snodo stradale rendeva la tenuta di quel quadrante un requisito imprescindibile per il rifornimento delle armate tedesche impegnate al fronte. In questo contesto geografico si organizzò precocemente un nucleo di resistenza armata guidato da Mario Musolesi, noto con il nome di battaglia di Lupo, il quale fondò la brigata partigiana Stella Rossa con l’intento di insidiare le vie di comunicazione nemiche e proteggere le comunità contadine locali dalle requisizioni e dai rastrellamenti.

La brigata partigiana Stella Rossa e l’azione del comandante Mario Musolesi

La brigata partigiana Stella Rossa mantenne una struttura autonoma ed indipendente dalle tradizionali direttive politiche del Comitato di Liberazione Nazionale, riuscendo a raccogliere centinaia di giovani, disertori e residenti della zona. La perfetta conoscenza dei sentieri, dei boschi e dei rilievi tra la frazione di Vado e le alture di Marzabotto permise agli uomini guidati dal comandante Mario Musolesi di condurre attacchi fulminei contro i convogli militari tedeschi, infliggendo significative perdite materiali e umane alla Wehrmacht. Questa costante attività di guerriglia creò una condizione di marcata insicurezza nelle retrovie del fronte, spingendo le alte gerarchie militari germaniche a pianificare una risposta punitiva di eccezionale severità.

Di fronte al moltiplicarsi delle azioni di disturbo lungo la Linea Gotica, il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, emanò una serie di ordinanze operative volte al radicale azzeramento della resistenza partigiana. Tali direttive autorizzavano i comandanti di brigata ad applicare misure collettive di ritorsione nei confronti delle popolazioni civili sospettate di fornire rifugio, cibo o supporto informativo ai combattenti della montagna. La strategia formulata dal feldmaresciallo Albert Kesselring non prevedeva distinzioni tra forze combattenti e non combattenti, trasformando la condotta bellica in una tattica sistematica di terra bruciata orientata allo spopolamento e al terrore nelle zone retrostanti la linea di combattimento.

Le direttive del feldmaresciallo Albert Kesselring e la scia di sangue della 16. SS-Panzergrenadier-Division

L’esecuzione materiale di questa direttiva di sterminio nell’area bolognese venne affidata al reparto esplorante corazzato della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS, guidato dal capitano Walter Reder. Questo ufficiale si era già distinto per un’estrema spietatezza operativa lungo la penisola italiana, lasciando dietro di sé una drammatica sequenza di massacri a partire dal 12 agosto 1944, quando le sue truppe avevano devastato la zona della Versilia compiendo la strage di Sant’Anna di Stazzema nel comune di Stazzema in provincia di Lucca. Muovendosi verso nord lungo l’asse appenninico, le unità al comando del capitano Walter Reder giunsero nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno dotate di mezzi blindati, artiglieria pesante e mitragliatrici automatiche, pronte ad applicare le medesime tecniche di annientamento totale.

Oltre ai reparti militari di stanza germanica, l’operazione punitiva avvisò il coinvolgimento di reparti collaborazionisti legati alla Repubblica Sociale Italiana fondata da Benito Mussolini. Nel corso delle perlustrazioni e delle fasi preparatorie del rastrellamento, fecero da guida e da supporto tattico alcuni militanti della guardia repubblichina del fascio, tra cui figuravano Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri. Alcuni testimoni sopravvissuti riferirono come diversi soldati in divisa delle SS si esprimessero in un italiano privo di flessione straniera, a dimostrazione della presenza attiva di fascisti locali integrati nelle colonne d’attacco. Questo coordinamento tra le truppe d’occupazione del capitano Walter Reder e i collaboratori italiani rese impossibile qualunque tentativo di preavviso o di fuga per la popolazione civile residente nei borghi montani.

Il Cuore dell’Evento: Il Momento “Successe Oggi”

L’alba del 29 settembre 1944: l’attacco a Casaglia e l’irruzione nella chiesa

Nelle prime ore del mattino di venerdì 29 settembre 1944, quattro distinte colonne armate appartenenti al reparto esplorante della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS, guidate dal capitano Walter Reder, cinsero d’assedio l’intero perimetro montuoso compreso tra il fiume Reno e il fiume Setta. L’operazione partì simultaneamente da diverse direttrici per isolare le comunità contadine ed evitare che gli uomini in età da combattimento potessero unirsi alle formazioni partigiane o fuggire nei boschi circostanti. Tra le prime località ad essere circondate figurò la piccola frazione di Casaglia, situata nel comune di Marzabotto in provincia di Bologna, dove la popolazione locale si era radunata all’interno del santuario di Santa Maria Assunta nella speranza di trovare rifugio dalle incursioni belliche.

Mentre il giovane sacerdote don Ubaldo Marchioni stava celebrando la santa messa davanti a decine di donne, bambini e anziani, i soldati tedeschi sotto gli ordini del capitano Walter Reder sfondarono il portale d’ingresso del luogo sacro. Con le armi spianate costrinsero tutti i presenti a uscire dal tempio per incanalarsi verso la vicina recinzione del cimitero frazionale. All’interno del perimetro cimiteriale di Casaglia, le truppe d’assalto azionarono le mitragliatrici pesanti sopra la folla indifesa, scaricando centinaia di proiettili e completando l’eccidio con il lancio di bombe a mano. In questo primo assalto perirono oltre novanta persone, tra le quali lo stesso don Ubaldo Marchioni, lasciato sul pavimento dell’altare sconsacrato dalla furia delle forze d’occupazione della Germania.

La sistematica distruzione delle frazioni: San Martino, Cerpiano, Caprara e Pioppe di Salvaro

La brutalità dimostrata a Casaglia si ripeté con spietata regolarità nelle ore successive presso la vicina località di San Martino, situata sul versante sommitale di Monte Sole. Presso questa borgata del comune di Marzabotto, i soldati del capitano Walter Reder radunarono i contadini dentro le abitazioni e nei fienili, appiccando successivamente il fuoco e bloccando ogni via di fuga con le armi automatiche. Molte famiglie vennero arse vive all’interno delle proprie case, mentre gli stabili agricoli e le stalle vennero sistematicamente distrutti per azzerare le riserve alimentari della zona. Contemporaneamente, una seconda colonna d’attacco operò nella frazione di Cerpiano, dove quarantanove persone, tra cui numerosi bambini con le loro madri e le maestre locali, vennero rinchiuse negli ambienti dell’asilo infantile e trucidate a colpi di mitragliatrice.

La spinta distruttiva si allargò rapidamente verso la vicina frazione di Caprara, borgo agricolo del comune di Marzabotto, dove le truppe guidate dal capitano Walter Reder trucidarono cinquantasei civili scovati nei rifugi sotterranei. Nessun centro abitato compreso nell’area di Monte Sole venne risparmiato dalla violenza metodica delle forze armate naziste. Nei giorni compresi tra il 30 settembre 1944 e il 2 ottobre 1944, i rastrellamenti raggiunsero lo stabilimento industriale di Pioppe di Salvaro, situato lungo il corso del fiume Reno. In questo luogo vennero concentrati oltre quaranta uomini catturati nelle campagne circostanti, poi condotti nei pressi del bacino idroelettrico per essere giustiziati a freddo dai soldati operanti agli ordini del capitano Walter Reder.

I cinque giorni del terrore: il rastrellamento nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno

L’azione di sterminio proseguì ininterrottamente fino al 5 ottobre 1944, estendendosi ben oltre il territorio comunale di Marzabotto per travolgere gli abitati di Grizzana Morandi e Monzuno in provincia di Bologna. Nelle località di Panico, Vado Quercia, San Giovanni di Sotto e Cerpiano di Casaglia, le unità militari del capitano Walter Reder perquisirono ogni casolare contadino, uccidendo sul posto gli abitanti e distruggendo le infrastrutture viarie e i ponti. Anche i luoghi di sepoltura non vennero risparmiati, con diversi cimiteri profanati e demoliti dall’esplosivo. Lungo le sponde dei fiumi Reno e Setta, la caccia all’uomo provocò la distruzione totale della vita civile organizzata, trasformando l’intero altopiano in un cimitero a cielo aperto.

Durante questi cinque giorni di violenze incessanti, i sacerdoti locali cercarono disperatamente di intercedere presso i comandi della Germania per salvare la vita ai fedeli. Tra questi figurava il giovane parroco di Speranza di Marzabotto, don Giovanni Fornasini, il quale tentò a più riprese di soccorrere i feriti, di recuperare i cadaveri abbandonati nei campi e di evitare nuove esecuzioni. L’impegno del religioso non fermò la spietatezza dei reparti del capitano Walter Reder, che pochi giorni dopo, il 13 ottobre 1944, trucidarono anche don Giovanni Fornasini presso il cimitero di San Martino. Analoga sorte toccò ai sacerdoti don Elia Comini e padre Martino Capelli, catturati a Pioppe di Salvaro e giustiziati insieme ai civili imprigionati nei medesimi rastrellamenti.

Analisi Verticale – Significato e Risonanza Culturale

La figura del capitano Walter Reder e la dottrina militare della terra bruciata

L’analisi dell’azione condotta dal capitano Walter Reder rivela l’applicazione scientifica di una strategia bellica volta all’annientamento totale del potenziale nemico attraverso il terrore di massa. L’ufficiale austriaco, inserito nella catena di comando della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS, concepiva la guerra di contro-guerriglia non come una serie di scontri tattici tra reparti armati, ma come la distruzione metodica dell’ambiente socio-economico che permetteva la sopravvivenza della resistenza. La condotta del capitano Walter Reder nel territorio di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno rispondeva in modo puntuale alle direttive ideologiche del nazionalsocialismo e alle disposizioni emanate dal feldmaresciallo Albert Kesselring per la salvaguardia della Linea Gotica in Italia.

La scelta di colpire in modo prioritario le donne, i fanciulli e gli anziani rintanati nelle chiese o nelle scuole frazionali rifletteva una precisa pianificazione tattica. Distruggere la continuità generazionale e la struttura familiare delle comunità appenniniche significava impossibilitare qualsiasi futura riorganizzazione del territorio in chiave antifascista. Il capitano Walter Reder, già soprannominato il monco a causa dell’amputazione del braccio sinistro subita sul fronte orientale, guidò le proprie truppe con un rigore operativo implacabile, supervisionando personalmente le fasi cruciali del massacro di Monte Sole e assicurandosi che nessun casolare della fascia compresa tra il fiume Reno e il fiume Setta rimanesse agibile per le truppe avversarie della Germania.

Il ruolo e le complicità della guardia repubblichina fascista con Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri

Un elemento cruciale nella ricostruzione storica delle giornate di Monte Sole riguarda il ruolo svolto dai collaborazionisti italiani arruolati nelle strutture della Repubblica Sociale Italiana. La penetrazione delle colonne tedesche all’interno di un territorio montano privo di adeguate strade rotabili fu resa possibile grazie all’ausilio decisivo fornito dai militanti della guardia repubblichina del fascio. Elementi come Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri fornirono alle truppe del capitano Walter Reder indicazioni topografiche indispensabili per scovare le scorciatoie di crinale, le stalle isolate e i rifugi naturali utilizzati dai contadini di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno. La presenza di questi fascisti italiani si rivelò determinante per stringere la morsa attorno alle frazioni più impervie.

La cooperazione tra i reparti esteri della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS e i fascisti locali evidenzia la natura civile del conflitto esploso in Italia dopo l’8 settembre 1943. Diversi superstiti testimoniarono che durante le esecuzioni collettive a Casaglia, San Martino e Cerpiano, alcuni uomini in divisa parlavano un italiano fluido, pronunciando ordini ed ingiunzioni di resa senza alcun accento straniero. L’operato di figure come Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri dimostrò la volontà del fascismo repubblicano di partecipare all’annientamento della propria stessa popolazione civile pur di riaffermare l’autorità statale al fianco dell’alleato nazista, rendendo ancora più profonda la ferita sociale inflitta alla provincia di Bologna.

L’impatto bellico della distruzione della brigata Stella Rossa e la morte del comandante Mario Musolesi

Sul piano strettamente militare, l’offensiva sferrata tra il 29 settembre 1944 e il 5 ottobre 1944 raggiunse l’obiettivo strategico prefissato dai comandi tedeschi guidati dal feldmaresciallo Albert Kesselring. La brigata partigiana Stella Rossa, colta di sorpresa dalla vastità dell’accerchiamento e dalla disparità delle forze in campo, fu travolta dalla potenza di fuoco dei reparti del capitano Walter Reder. Durante le prime fasi dei combattimenti svoltisi il 29 settembre 1944 nei pressi di Cadotto, il comandante Mario Musolesi, cadde sul campo di battaglia mentre tentava di rompere l’assedio per riorganizzare i propri uomini. La scomparsa del proprio leader storico privò la formazione partigiana della guida carismatica e militare principale.

La morte del comandante Mario Musolesi e il massacro systematico delle famiglie contadine che offrivano sostegno logistico provocarono il totale disarticolamento della brigata Stella Rossa nell’area di Monte Sole. I superstiti della formazione furono costretti a disperdersi verso la pianura bolognese o ad aggregarsi ad altre brigate operanti sull’Appennino tosco-emiliano. Per le truppe d’occupazione della Germania, l’eliminazione della presenza partigiana tra la valle del fiume Reno e la valle del fiume Setta assicurò la temporanea stabilità delle retrovie della Linea Gotica, permettendo alle divisioni germaniche di attestarsi lungo le posizioni difensive dell’Emilia-Romagna per l’imminente stagione invernale del 1944.

L’Eredità Culturale

Le ferite del dopoguerra: le mine inesplose, il calvario civile e la contea della memoria

L’impatto della tragedia vissuta dalle comunità dell’Appennino bolognese non si concluse con il ritiro delle truppe occupanti della Germania nell’aprile del 1945. Oltre alla perdita irreparabile di oltre milleottocento vite umane, il territorio compreso tra i comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno rimase fisicamente devastato ed economicamente inagibile per diversi decenni. I reparti speciali guidati dal capitano Walter Reder avevano seminato centinaia di ordigni esplosivi e mine antiuomo lungo le vie di camminamento, nei pascoli e persino all’interno delle rovine dei nuclei abitativi di Casaglia, San Martino e Caprara. Questa eredità mortale continuò ad uccidere tragicamente anche in pieno periodo di pace.

Tra la fine del conflitto globale e il 1966, l’esplosione accidentale degli ordigni abbandonati sul crinale di Monte Sole provocò la morte di ulteriori cinquantacinque cittadini innocenti, tra cui molti contadini tornati ad arare i campi ed adolescenti intenti al pascolo del bestiame. Il calvario patito dalla popolazione locale fu aggravato dal diffondersi di gravi malattie infettive dovute alla mancanza di condizioni igieniche elementari, dalla completa distruzione delle infrastrutture viarie lungo il corso del fiume Reno e del fiume Setta e dall’abbandono forzato dei borghi di montagna. L’intera area rurale subì uno spopolamento progressivo, trasformando le alture teatro del massacro in un paesaggio di rovine silenziose destinate a custodia della memoria collettiva.

Il percorso giudiziario: il processo di Bologna, la condanna all’ergastolo di Walter Reder e la controversia sulla grazia

Sul piano giudiziario, la punizione dei responsabili dell’eccidio incontrò un iter lungo e complesso nel clima della ricostruzione politica postbellica in Italia. Il capitano Walter Reder, catturato dalle forze armate britanniche al termine del conflitto in Austria, venne consegnato alle autorità giudiziarie italiane per rispondere dei crimini commessi lungo la penisolana. Nel 1951, il Tribunale Militare Marittimo di Bologna celebrò il processo a carico dell’ufficiale della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS, stabilendo la sua diretta e piena responsabilità per le stragi compiute a Sant’Anna di Stazzema nel comune di Stazzema e nel comprensorio di Monte Sole. La sentenza formulata dai giudici militari condannò Walter Reder alla pena dell’ergastolo, disponendone la reclusione presso lo stabilimento penitenziario militare di Gaeta.

Parallelamente alle vicende giudiziarie della magistratura militare, vennero perseguiti anche i collaborazionisti italiani arruolati nella guardia repubblichina del fascio che avevano affiancato le forze tedesche. I processi tenutisi a Bologna accertarono le complicità individuali di figure come Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, evidenziando il ruolo determinante assunto dai fascisti locali nel facilitare l’orientamento delle colonne di sterminio del capitano Walter Reder. La detenzione dell’ufficiale austriaco rimase per decenni un punto fermo della memoria istituzionale, finché il 24 gennaio 1985, a seguito delle sollecitazioni diplomatiche internazionali provenienti dal governo di Vienna, il presidente del consiglio Bettino Craxi e il governo italiano concedettero la liberazione e il successivo rimpatrio di Walter Reder. Questa decisione suscitò l’amara condanna dei superstiti e delle associazioni dei familiari delle vittime dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno. Il capitano Walter Reder si spense poi a Vienna nel 1991, senza mai esprimere parole di genuino ravvedimento per i massacri compiuti.

La trasformazione nel Parco Storico di Monte Sole e l’insegnamento per la Repubblica Italiana

Per preservare il ricordo dell’immane sacrificio umano e impedire la cancellazione delle testimonianze materiali della tragedia, la Regione Emilia-Romagna istituì nel 1989 il Parco Storico di Monte Sole. L’area protetta si estende su quasi settecento ettari di territorio collinare e montano compreso tra le valli del fiume Reno e del fiume Setta, inglobando i resti dei borghi distrutti di Casaglia, San Martino, Cerpiano e Caprara. Il parco venne concepito non soltanto come riserva naturalistica, ma come luogo primario di educazione alla pace, alla democrazia e ai valori costituzionali scaturiti dalla lotta di liberazione contro il nazifascismo. I ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta a Casaglia e del cimitero frazionale rimangono oggi spazi sacri visitati da migliaia di studenti e cittadini italiani ed europei.

L’esperienza drammatica della strage di Marzabotto rappresenta uno dei pilastri etici della storia repubblicana in Italia. Il conferimento della medaglia d’oro al valor militare al comune di Marzabotto testimonia il riconoscimento solenne delle sofferenze patite dalla comunità appenninica durante la seconda guerra mondiale. La memoria delle vittime trucidate dai soldati del capitano Walter Reder e dall’azione del feldmaresciallo Albert Kesselring, unitamente al ricordo del sacrificio del comandante Mario Musolesi e dei sacerdoti don Ubaldo Marchioni, don Giovanni Fornasini, don Elia Comini e padre Martino Capelli, costituisce una monito perenne contro i totalitarismi, la violenza bellica sui civili e la sopraffazione dei diritti umani fondamentali.

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