Scomparve un mercoledì di 35 anni fa.
Aveva 78 anni.
Indice
Biografia di Renato Rascel
| Pietra miliare | Data completa | Località e Provincia | Stato | Dettaglio storico |
| Nascita | 27 Aprile 1912 | Torino (TO) | Italia | Nasce Renato Ranucci, che diventerà noto come Renato Rascel, figlio del cantante Dante Ranucci e della ballerina Paola Massa. |
| Composizione simbolo | 15 Settembre 1939 | Roma (RM) | Italia | Renato Rascel scrive e porta al debutto teatrale È arrivata la bufera, capolavoro di comicità surreale e satira velata. |
| Consacrazione cinematografica | 21 Novembre 1952 | Roma (RM) | Italia | Esce nelle sale cinematografiche Il cappotto, dramma diretto da Alberto Lattuada che rivela il talento tragico di Renato Rascel. |
| Successo internazionale | 10 Dicembre 1955 | Roma (RM) | Italia | Viene incisa per la prima volta Arrivederci Roma, brano scritto da Renato Rascel, Pietro Garinei e Sandro Giovannini. |
| Vittoria a Sanremo | 30 Gennaio 1960 | Sanremo (IM) | Italia | Renato Rascel trionfa al Festival di Sanremo cantando Romantica in doppia esecuzione con Tony Dallara. |
| Scomparsa | 2 Gennaio 1991 | Roma (RM) | Italia | Renato Rascel si spegne all’età di settantotto anni, lasciando un’eredità artistica immensa. |
Introduzione
Quando si pronuncia il nome di Renato Rascel, l’immaginario collettivo italiano corre immediatamente alla figura di un uomo minuto, avvolto in un soprabito sproporzionato. Spesso, la memoria popolare tende a relegare Renato Rascel al ruolo di semplice macchiettista, ricordandolo quasi esclusivamente come il “piccoletto” della comicità surreale.
Questo è, storicamente e artisticamente, il più grande equivoco che circonda la sua figura. In realtà, Renato Rascel è stato uno degli artisti più completi, complessi e poliedrici che il Novecento italiano abbia mai conosciuto. Non si limitava a far sorridere il pubblico, ma sapeva commuovere profondamente, cantare con un’intonazione impeccabile e danzare con una leggerezza quasi poetica.
La sua autentica grandezza risiedeva in questa straordinaria e rara versatilità, una dote che gli ha permesso di attraversare decenni di storia dello spettacolo rimanendo sempre attuale. Renato Rascel ha calcato i palcoscenici polverosi dell’avanspettacolo, ha trionfato nel cinema d’autore, ha conquistato la nascente televisione ed è diventato un compositore capace di esportare la melodia italiana nel mondo.
Per comprendere davvero il lascito culturale di Renato Rascel, dobbiamo spogliarlo dell’etichetta riduttiva di comico di costume. Dobbiamo guardarlo per ciò che era: un innovatore assoluto del linguaggio teatrale. Un uomo capace di mescolare la malinconia con l’assurdo, portando in scena una modernità espressiva che ha anticipato i tempi e che, ancora oggi, risulta difficilmente eguagliabile.
Contesto Storico e Origini
L’Italia dell’inizio del Novecento è un paese in pieno e tumultuoso fermento, attraversato dalle prime grandi modernizzazioni dell’età giolittiana. In questo scenario sociale, il mondo dello spettacolo popolare è dominato dalle compagnie girovaghe, dal teatro di varietà e dal fascino dell’operetta. È una vita faticosa e affascinante, fatta di lunghi viaggi in treno, bauli pesanti e palcoscenici illuminati dalle prime luci elettriche.
È esattamente all’interno di questo universo nomade e ricco di stimoli che, il 27 Aprile 1912, vede la luce Renato Ranucci. Egli era, a tutti gli effetti, un figlio d’arte puro: suo padre, Dante Ranucci, fu un apprezzato e noto cantante di operetta, mentre sua madre, Paola Massa, fu una talentuosa ballerina di danza classica. L’arte e il senso del ritmo erano letteralmente nel suo corredo genetico.
Renato Ranucci nacque a Torino solo per una pura casualità logistica. In quel periodo specifico, infatti, i suoi genitori si trovavano nel capoluogo piemontese per una fitta tournée teatrale. Tuttavia, la permanenza in Piemonte fu brevissima. Renato Ranucci visse, crebbe e si formò a Roma, la città natale, e da lui sempre amatissima, del padre Dante Ranucci.
Roma diventerà molto più di una semplice casa; sarà la sua vera culla artistica. Fin da giovanissimo, Renato Ranucci iniziò a emergere con prepotenza nelle materie artistiche. A soli tredici anni, possedeva già una notevole ed eclettica esperienza pratica: sapeva gestire il canto, il ballo, la musica e i tempi della recitazione con la sicurezza di un veterano.
Questa precoce e formidabile formazione fu resa possibile anche da un percorso scolastico peculiare. Renato Ranucci frequentò, infatti, la Scuola Pontificia Pio X. In questo istituto, i padri Scolopi si impegnavano a organizzare, parallelamente alle normali attività scolastiche, anche numerose e stimolanti attività teatrali e musicali, accendendo la scintilla del suo talento.
In verità, nei primissimi anni, i familiari tentarono di indurlo a imparare mestieri considerati più sicuri, regolari e tradizionali. Gli proposero, per garantirgli un futuro meno precario, di lavorare come muratore o come barbiere. Ma non ci fu nulla da fare contro la sua naturale vocazione: il richiamo del palcoscenico era inarrestabile.
Renato Ranucci decise con fermezza di abbandonare le certezze, preferendo cimentarsi in mestieri artistici eterogenei e complessi. Lavorò come batterista, come cantante nei locali, come fantasista e persino come tanghéro. Stava accumulando un bagaglio di esperienze umane e tecniche che si sarebbero rivelate fondamentali per la nascita del suo futuro alter ego artistico.
L’Ascesa
Agli inizi degli anni Trenta, l’ambiente dell’avanspettacolo italiano era una vera e propria palestra di vita, un circuito teatrale duro e faticoso, ma straordinariamente formativo. Fu proprio in questo contesto, fatto di teatri di provincia e impresari esigenti, che il giovane Renato Ranucci iniziò a farsi conoscere sul palcoscenico. Lavorava in un microcosmo frenetico, esibendosi in mezzo a ballerine, illusionisti e cantanti, e imparando rapidamente l’arte di catturare l’attenzione di un pubblico spesso distratto.
Fu durante questi anni di intensa e preziosa gavetta che l’artista avvertì la necessità di adottare un nome d’arte che risultasse più incisivo e memorabile. L’ispirazione si palesò in modo del tutto casuale, come spesso accade nella storia dello spettacolo. Mentre sfogliava una rivista, la sua attenzione venne catturata dalla pubblicità di una sofisticata crema di bellezza francese, che recava il nome commerciale “Rachel”.
Affascinato dal suono morbido ed elegante della parola, decise inizialmente di farsi annunciare sui manifesti e nei cartelloni teatrali proprio come Renato Rachel. Tuttavia, si accorse molto in fretta che il pubblico popolare italiano faticava a pronunciare correttamente quel termine di origine straniera. A questa difficoltà puramente fonetica e comunicativa si aggiunse, quasi contemporaneamente, una motivazione ben più stringente e grave.
L’Italia si trovava nel pieno del regime fascista e le autorità avevano avviato una rigorosa e capillare campagna di “autarchia linguistica”. Questa politica vietava severamente l’uso pubblico di parole straniere e imponeva la rigida italianizzazione dei cognomi e, inevitabilmente, anche dei nomi d’arte. Le pressioni per eliminare ogni forestierismo divennero incalzanti, e si narra che i funzionari del regime giunsero persino a suggerirgli la grottesca variante italianizzata Renato Rascelle.
Per evitare le fastidiose storpiature del pubblico, ma soprattutto per arginare i rischi legati alla censura di regime, l’attore trovò un geniale compromesso fonetico e ortografico. Adattò la grafia alla pronuncia italiana, facendo nascere in via definitiva Renato Rascel. In concomitanza con questa scelta identitaria obbligata ma vincente, Renato Rascel creò e perfezionò anche la sua maschera inconfondibile: quella dell’”omino”.
Ideò un costume di scena basato su un contrasto visivo immediato e geniale, indossando un soprabito enorme, decisamente fuori misura, con un colletto che lo avvolgeva fino a coprirgli mezza testa. Questa veste scenica, unita alla sua statura minuta, generava una figura tenera, indifesa e profondamente stralunata. Con questa maschera addosso, Renato Rascel portò in scena un tipo di umorismo del tutto inedito, lontano dalla farsa goliardica e intriso di surreale poesia.
Il Giorno del Destino: Il Momento “Successe Oggi”
C’è un momento preciso nella storia artistica di Renato Rascel in cui la sua opera si eleva oltre la dimensione dell’intrattenimento leggero, trasformandosi nel sismografo di un’intera epoca. Possiamo individuare questo snodo cruciale nell’autunno del 1939, idealmente attorno alla data del 15 Settembre 1939, in un periodo in cui l’Europa intera si apprestava a sprofondare nel baratro ineluttabile del secondo conflitto mondiale.
Mentre l’ombra minacciosa del nazismo e del fascismo oscurava il continente e il rumore degli stivali militari rimbombava oltre confine, Renato Rascel si trovava, come sempre, sul palcoscenico del teatro di rivista. Fu in quei mesi carichi di tensione e di angoscia collettiva che decise di portare al debutto una sua nuova canzone, destinata a segnare profondamente il costume italiano: È arrivata la bufera.
A un primissimo ascolto superficiale, il brano poteva sembrare una semplice filastrocca nonsense, caratterizzata da un ritmo sincopato e da parole dal sapore infantile. Tuttavia, il pubblico che gremiva la sala e ascoltava Renato Rascel intuì immediatamente il livello più profondo del testo. Quella “bufera” ricorrente nel ritornello non era un temporale passeggero, ma la geniale e raggelante metafora del disastro imminente.
L’esibizione si trasformò in un capolavoro di satira velata, l’unica forma di critica sociale che potesse sopravvivere alle rigide maglie della censura di regime. Renato Rascel si muoveva sul palco avvolto nel suo smisurato cappotto, incarnando perfettamente l’uomo comune smarrito di fronte alla grande e terribile Storia. Attraverso l’assurdo, dava voce all’inquietudine inespressa della sua nazione.
L’impatto di questo momento fu dirompente e cambiò per sempre la statura intellettuale dell’artista. Renato Rascel dimostrò a tutti di non essere soltanto un fantasista eccellente, ma un fine interprete dei sentimenti umani, capace di esorcizzare il terrore con l’intelligenza di un sorriso amaro. È arrivata la bufera verrà poi incisa ufficialmente su disco molti anni dopo, nel 1955, ma la sua eco leggendaria affonda le radici in quei giorni cupi e decisivi del 1939.
Analisi Verticale
Il cuore pulsante della poetica di Renato Rascel risiede nella sua costante ricerca di una comicità garbata, a tratti surreale e sempre venata di una profonda malinconia. Se volessimo tracciare un parallelo stilistico su scala internazionale, la sua arte si accosta con naturalezza alla grazia poetica di Charlie Chaplin o alla misurata impassibilità di Buster Keaton, distaccandosi nettamente dalla farsa goliardica e caciarona.
Questa straordinaria abilità di attore profondo e poliedrico emerse con assoluta prepotenza quando il cinema d’autore decise di scommettere sul suo talento drammatico. Nel 1952, il regista Alberto Lattuada gli affidò il ruolo del povero e vessato impiegato Carmine De Carmine nel film Il cappotto, una pellicola ispirata al celebre racconto dello scrittore russo Nikolaj Vasil’evič Gogol’. L’interpretazione di Renato Rascel fu magistrale, fatta di silenzi e piccoli gesti, confermando una maturità espressiva assoluta.
Il suo cammino artistico proseguì affiancando i massimi maestri del nostro cinema e del nostro teatro. Nel 1954 fu tra i protagonisti della trasposizione su pellicola della commedia Questi fantasmi, misurandosi direttamente con l’immenso talento del drammaturgo Eduardo De Filippo. Pochi anni più tardi, nel 1961, prese parte all’affresco corale del film Il giudizio universale, diretto dal grande regista Vittorio De Sica, dimostrando una versatilità rara nel panorama attoriale italiano.
Oltre al teatro e al cinema, la cifra stilistica di Renato Rascel trovò nella nascente e pionieristica televisione un terreno di espressione ideale. Il suo registro recitativo, pacato, rassicurante e privo di eccessi, si sposava alla perfezione con l’intimità del piccolo schermo, permettendogli di entrare nelle case degli italiani in punta di piedi, con eleganza e rispetto formale.
Un esempio insuperabile di questa armonia con il mezzo televisivo fu il suo ruolo da protagonista nello sceneggiato I racconti di Padre Brown, andato in onda con grande successo nel 1970. L’opera, magistralmente adattata dallo sceneggiatore Edoardo Anton e diretta con cura dal regista Vittorio Cottafavi, traeva origine dalla raccolta letteraria L’innocenza di Padre Brown creata dall’autore britannico Gilbert Keith Chesterton. Nelle vesti del sagace e bonario prete investigatore, Renato Rascel cesellò una performance memorabile, sigillando ancora una volta la sua statura di artista senza tempo.
Il Tramonto
Negli anni dell’autunno della sua vita, Renato Rascel rallentò gradualmente i suoi impegni professionali, allontanandosi con la consueta e innata eleganza dal palcoscenico e dai grandi riflettori. Dopo decenni di successi ininterrotti, il teatro e la televisione italiana stavano mutando rapidamente i loro linguaggi, orientandosi verso una comicità più frenetica e spesso sguaiata, distante anni luce dal garbo sussurrato della sua inconfondibile poetica.
Gli ultimi anni furono dedicati prevalentemente agli affetti familiari, trascorsi nel rifugio sicuro della sua amatissima Roma. Condivise questo tempo prezioso, intimo e pacato con la moglie, l’attrice Giuditta Saltarini, e con il figlio Cesare Ranucci, nato quando l’artista aveva già compiuto i sessant’anni di età. Questa dimensione privata gli regalò una serenità nuova, tenendolo al riparo dai ritmi logoranti delle tournée teatrali e dei set.
Il sipario sulla sua straordinaria esistenza terrena calò per sempre all’inizio degli anni Novanta. Renato Rascel si spense serenamente nella notte tra il 1 Gennaio 1991 e il 2 Gennaio 1991, presso la clinica romana dove era ricoverato da qualche tempo. La sua scomparsa, sopraggiunta all’età di settantotto anni, suscitò una profonda e sincera ondata di commozione in tutto il paese, che si rese conto di aver perso uno dei suoi padri nobili e più raffinati.
L’Eredità Culturale
L’eredità culturale lasciata da Renato Rascel è immensa e, per molti versi, ancora non del tutto compresa nella sua reale e abbagliante vastità. È stato, a tutti gli effetti, un anticipatore geniale del Novecento. Con la sua comicità lunare, basata su pause calcolate e silenzi espressivi, ha sfiorato e anticipato le corde del teatro dell’assurdo molto prima che drammaturghi europei ne codificassero le regole formali.
La sua statura di compositore e autore di livello mondiale rimane scolpita per sempre nei solchi di un capolavoro assoluto della musica leggera. La canzone Arrivederci Roma, scritta e limata con la preziosa collaborazione dei celebri commediografi Pietro Garinei e Sandro Giovannini, è diventata nel corso dei decenni un vero e proprio inno internazionale, venendo tradotta e cantata in decine di lingue in ogni angolo del globo.
Oltre a trionfi musicali indelebili – come la storica vittoria ottenuta con la canzone Romantica al Festival di Sanremo del 1960, eseguita in coppia con il cantante Tony Dallara – ciò che resta oggi è l’insegnamento di un rigore stilistico ineguagliabile. Renato Rascel ha dimostrato alle future generazioni che si può raggiungere un successo popolare immenso senza mai risultare volgari, confermando che l’eleganza, la solida cultura e l’umanità sono le uniche, vere chiavi di accesso per l’immortalità artistica.
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