Scomparve un giovedì di 17 anni fa.
Aveva 50 anni.
Indice
Biografia di Michael Jackson
| Pietra miliare | Data completa | Località e Provincia | Stato | Dettaglio storico |
| Nascita e origini | 29 agosto 1958 | Gary, Indiana | Stati Uniti d’America | Nasce Michael Joseph Jackson, ottavo di dieci figli, all’interno di una modesta famiglia operaia con una profonda ma inespressa vocazione musicale. |
| Il primo grande trionfo | 24 febbraio 1970 | Detroit, Michigan | Stati Uniti d’America | Viene pubblicato il brano ABC, che consacra i The Jackson 5 e proietta un giovanissimo Michael Jackson verso una dirompente fama nazionale. |
| L’apoteosi del pop | 30 novembre 1982 | Los Angeles, California | Stati Uniti d’America | Esce l’album Thriller, un’opera monumentale destinata a diventare il disco più venduto della storia e a rivoluzionare per sempre il concetto di videoclip. |
| L’impegno umanitario | 7 marzo 1985 | Los Angeles, California | Stati Uniti d’America | Viene pubblicato il singolo benefico We Are the World, scritto da Michael Jackson e Lionel Richie per combattere la devastante carestia in Africa. |
| La scomparsa improvvisa | 25 giugno 2009 | Los Angeles, California | Stati Uniti d’America | Michael Jackson si spegne a causa di un’intossicazione farmacologica letale, a pochissime settimane da una imponente serie di concerti che avrebbero segnato il suo ritorno. |
Introduzione
Michael Jackson non è stato semplicemente un interprete musicale, ma un autentico crocevia culturale che ha ridefinito le fondamenta stesse dell’intrattenimento globale. La sua figura si erge nel panorama del Novecento come un ponte solido tra la tradizione rhythm and blues afroamericana e il pop planetario, unendo pubblici e generazioni che fino a quel momento non avevano mai condiviso gli stessi spazi di aggregazione culturale. Attraverso una fusione inedita di voce, ritmo, narrazione visiva e perfezione coreografica, Michael Jackson ha trasformato la musica leggera in un’arte totale e tridimensionale.
Un luogo comune molto radicato, alimentato da una critica spesso superficiale, tende a descrivere Michael Jackson come un prodotto artificiale costruito a tavolino dall’industria discografica, un mero esecutore manovrato da formidabili produttori come Quincy Jones. La realtà storica e documentale, osservando le sessioni in studio e le testimonianze dei collaboratori, ci restituisce un quadro diametralmente opposto. Sin dai primissimi anni della sua carriera, Michael Jackson era un perfezionista ossessivo, il vero architetto delle proprie architetture vocali, un arrangiatore intuitivo capace di dettare ogni singola nota agli strumentisti pur non sapendo leggere la musica su pentagramma.
Il suo lascito va ben oltre le statistiche dei dischi venduti o i record delle classifiche, spingendosi fino a plasmare l’estetica visiva degli anni Ottanta e Novanta. L’invenzione del videoclip moderno, concepito non più come un semplice strumento promozionale ma come un cortometraggio cinematografico dotato di sceneggiatura e regia d’autore, porta inequivocabilmente la firma di Michael Jackson. Questa dedizione assoluta all’arte, tuttavia, ha richiesto un prezzo umano altissimo, intrecciando indissolubilmente la sua parabola artistica con una vita privata complessa, dolorosa e costantemente esposta al giudizio del mondo intero.
Contesto Storico e Origini
Alla fine degli anni Cinquanta, la città di Gary, nello stato dell’Indiana, rappresentava il cuore pulsante e fuligginoso dell’industria pesante americana. Fondata agli albori del Novecento attorno alle immense acciaierie della United States Steel Corporation, questa città situata sulle sponde meridionali del Lago Michigan offriva lavoro sicuro ma esigeva in cambio una vita dura, ritmata dai turni in fabbrica e avvolta da un cielo perennemente grigio. In questo contesto proletario e rigorosamente segregato, dove le opportunità di ascesa sociale per la comunità afroamericana erano ridotte al minimo, prese forma il destino della famiglia Jackson, residente in una minuscola casa di quattro stanze al numero 2300 di Jackson Street.
La vocazione artistica di Michael Jackson non fiorì per caso, ma germogliò in un ambiente domestico dove la musica rappresentava un vitale strumento di evasione, un rifugio dalle fatiche quotidiane e, forse, un’inconscia speranza di riscatto. Suo padre, Joseph Jackson, era un ex pugile e operaio manovratore di gru con la passione per le sette note; chitarrista e pianista jazz, aveva coltivato a lungo ambizioni artistiche sfociate in amare delusioni. Al suo fianco c’era Katherine Jackson, nata Katherine Esther Scruse, una donna profondamente religiosa, cantante blues appassionata e abile suonatrice di clarinetto, che riempiva le serate domestiche intonando melodie tradizionali e brani country per i propri figli.
Quando Michael Jackson venne alla luce, in un mite venerdì di fine estate, esattamente il 29 agosto 1958, gli Stati Uniti d’America stavano attraversando un profondo mutamento socioculturale. La musica nera stava lentamente ma inesorabilmente abbattendo le barriere razziali delle classifiche nazionali. Nomi come Ray Charles e Chuck Berry stavano gettando le basi per una rivoluzione che, di lì a poco, avrebbe trovato il suo epicentro istituzionale nella Motown Records, fondata da Berry Gordy a poca distanza da Gary, nella vicina Detroit. Il terreno discografico era fertile, ma per accedervi serviva un talento fuori dal comune accompagnato da una ferrea e inflessibile disciplina.
Fu in questo crogiolo di acciaio, fatica operaia, spiritualità domestica e rigidità paterna che il talento di Michael Jackson iniziò a prendere forma. Le primissime esibizioni pubbliche non avvennero su palchi scintillanti, ma nel ristretto salotto di casa, dove un bambino di soli quattro anni mostrava già una padronanza del ritmo e un’estensione vocale sbalorditive. Da quel minuscolo spazio vitale in Indiana, orchestrata dalla determinazione quasi militare di Joseph Jackson, stava per prendere il via un’avventura umana e professionale che avrebbe scosso le fondamenta della cultura popolare del Ventesimo secolo.
La Dinastia di Gary: I Fratelli e le Sorelle
La famiglia d’origine di Michael Jackson rappresentava un vero e proprio microcosmo affollato, in cui le complesse dinamiche relazionali erano costantemente compresse e amplificate dalla ristrettezza degli spazi e dalle ferree ambizioni paterne. All’interno della minuscola abitazione di Gary, nello stato dell’Indiana, crebbero nove figli sopravvissuti su dieci gravidanze portate a termine dalla madre Katherine Jackson e dal padre Joseph Jackson. Prima della nascita del futuro protagonista della musica mondiale, la coppia aveva già dato alla luce Rebbie Jackson, Jackie Jackson, Tito Jackson, Jermaine Jackson, La Toya Jackson e Marlon Jackson, il cui fratello gemello Brandon Jackson era purtroppo deceduto a pochissime ore dal difficile parto.
Dopo l’arrivo di Michael Jackson, nato come ottavo figlio, la numerosa dinastia si completò negli anni successivi con le nascite di Randy Jackson e infine della ultimogenita Janet Jackson, venuta alla luce il 16 maggio 1966 e destinata a sua volta a intraprendere una straordinaria e indipendente carriera da solista. In questo nucleo così denso e in costante, silenziosa competizione per l’attenzione genitoriale, la musica non era vissuta come un semplice e spensierato passatempo infantile, ma come un autentico strumento di sopravvivenza e di necessaria emancipazione economica. Ognuno dei fratelli e delle sorelle fu rigorosamente instradato, con metodi spesso severi e spietati, verso la totale dedizione artistica.
Il peso di questa anomala struttura familiare, rigidamente gerarchica e dominata dal controllo del padre, plasmò in modo indelebile l’intero assetto psicologico di Michael Jackson. Se da un lato il formidabile talento corale dei fratelli fornì la base ritmica su cui venne costruito il successo planetario del gruppo, dall’altro lato la prepotente esigenza di emergere come entità autonoma scatenò negli anni profonde e inevitabili rivalità interne. Questa dolorosa rete di lealtà genetica, gelosie professionali e traumi condivisi accompagnò l’interprete per l’intera durata della sua complessa esistenza, rendendo il legame con i fratelli un inestricabile nodo di amore viscerale e distanze incolmabili.
L’Ascesa
Il percorso artistico di Michael Jackson non conobbe la spensieratezza e la libertà dell’infanzia, ma fu fin dall’inizio un mestiere rigoroso, estenuante e profondo. Sotto la guida severa e inflessibile del padre, Joseph Jackson, il neonato gruppo vocale di famiglia iniziò a esibirsi incessantemente nei circuiti locali, affrontando le asprezze e le difficoltà dei fumosi club per adulti del Midwest. Queste primissime, durissime esperienze sul campo forgiarono una disciplina ferrea nel giovanissimo cantante, abituandolo a dominare il palcoscenico con una sicurezza tecnica che mascherava perfettamente la sua profonda e radicata timidezza privata.
Il primo, autentico punto di svolta a livello industriale giunse alla fine degli anni Sessanta, quando i fratelli riuscirono a ottenere un contratto discografico con la celeberrima etichetta Motown Records. Sotto la sapiente e calcolata visione del fondatore Berry Gordy, la formazione dei The Jackson 5 venne sradicata dalla nebbiosa città di origine e trasferita nella solare Los Angeles, in California. Fu proprio in questo nuovo ed effervescente contesto che il gruppo iniziò a capitalizzare anni di prove estenuanti. Il primissimo brano di rilievo, Let’s Go, vide la luce nel 1970, ma il vero successo popolare, quello in grado di abbattere ogni barriera, esplose in modo dirompente nel 1971 grazie alle vendite colossali del singolo ABC.
Nonostante il trionfo corale e le milioni di copie vendute, il talento monumentale di Michael Jackson premeva inesorabilmente per emergere in una dimensione del tutto autonoma. Sempre nel 1971, pur mantenendo saldo il legame professionale e contrattuale con i fratelli (dai quali si sarebbe staccato in via definitiva e ufficiale solamente nel 1982), il giovanissimo interprete avviò i suoi primi progetti da cantante solista. L’incontro cruciale per la sua definitiva maturazione avvenne alcuni anni dopo sul set della pellicola musicale The Wiz, girata a New York, dove strinse amicizia con il leggendario produttore musicale Quincy Jones. Da questa straordinaria sinergia umana e professionale nacque, il 10 agosto 1979, il capolavoro Off the Wall, l’opera che lo emancipò per sempre dall’etichetta rassicurante di bambino prodigio.
Il Giorno del Destino: Il Momento “Successe Oggi”
Nella millenaria storia dell’espressione musicale, esistono date ben precise che separano in modo netto e inequivocabile un’era dalla successiva, stabilendo nuovi e insuperabili parametri per l’intera industria dell’intrattenimento. Per la vita di Michael Jackson, il momento esatto che riscrisse per sempre la traiettoria del suo destino scoccò in un freddo martedì autunnale. Il 30 novembre 1982, dopo mesi di lavoro estenuante in sala di registrazione, la casa discografica Epic Records rilasciò ufficialmente l’album Thriller. Quella specifica giornata segnò la nascita del più formidabile, travolgente e duraturo fenomeno commerciale e culturale dell’intero Novecento.
La gestazione di quest’opera ciclopica non fu affatto priva di ostacoli drammatici, profonde ansie e fortissime tensioni artistiche interne. Nelle frenetiche settimane precedenti alla data di uscita, Michael Jackson e il produttore Quincy Jones si erano scontrati aspramente con i tecnici del suono, arrivando a remixare quasi daccapo l’intero progetto poiché totalmente insoddisfatti del suono restituito dalla primissima stampa di prova. La ferrea determinazione del cantante era guidata da un obiettivo inaudito per l’epoca: desiderava ossessivamente che ogni singola traccia musicale contenuta nel disco avesse la potenziale e dirompente forza di un singolo di punta, rifiutando categoricamente l’inserimento di banali brani riempitivi.
Quando le primissime copie in vinile raggiunsero materialmente gli scaffali dei negozi di Los Angeles, New York e dell’intero territorio degli Stati Uniti d’America, il pubblico si trovò di fronte a una miscela sonora rivoluzionaria e senza precedenti storici. Le influenze ritmiche del funk, le distorsioni del rock, la profondità del soul e l’accessibilità del pop si fondevano in una sintesi talmente perfetta da scardinare con violenza le rigide divisioni razziali che governavano le stazioni radiofoniche dell’epoca. Da quel 30 novembre 1982, l’assetto dell’industria discografica mutò radicalmente: le classifiche vennero dominate per anni e i record di vendita stabiliti in quel periodo restano, ancora oggi, traguardi insuperati nella storia della musica registrata.
Analisi Verticale
Il dominio planetario esercitato da Michael Jackson non fu dettato unicamente dalle sue geniali intuizioni sonore, ma derivò da una profondissima, quasi dolorosa consapevolezza del corpo, dello spazio visivo circostante e del movimento puro. L’artista seppe concepire e imporre un linguaggio estetico totalmente inedito, trasformando il proprio stesso essere in una complessa opera d’arte in perenne e drammatico mutamento. Dal celeberrimo guanto singolo ricoperto minuziosamente di strass, fino ai calzini bianchi indossati volutamente su mocassini neri lucidi, ogni singolo dettaglio sartoriale era studiato per catturare la luce dei fari teatrali e dirigere magneticamente lo sguardo del pubblico verso le vertiginose geometrie dei suoi piedi.
La sua ineguagliabile abilità coreografica attingeva a tradizioni sceniche diametralmente opposte, studiando con dedizione assoluta i maestri del passato. Michael Jackson riuscì nell’impresa di sintetizzare la fluidità e l’eleganza classica del ballerino Fred Astaire con l’energia tellurica, esplosiva e terrena del cantante James Brown, arrivando a integrare nelle sue esibizioni l’assoluta e rigorosa precisione pantomimica dell’attore Marcel Marceau. Quando il 25 marzo 1983, in occasione dello speciale televisivo per l’anniversario della Motown Records, eseguì per la primissima volta il celebre scivolamento all’indietro denominato “Moonwalk” sulle note della canzone Billie Jean, la perfetta illusione ottica dell’assenza di gravità lasciò intere platee senza fiato, dimostrando che la danza era divenuta il fulcro stesso della sua narrazione emotiva.
Parallelamente a questa innovazione corporea, Michael Jackson rivoluzionò da cima a fondo l’utilizzo dei mezzi tecnologici, in particolar modo sfruttando la potenza nascente della televisione musicale. Comprendendo istintivamente la forza magnetica della rete MTV, decise di trasformare i semplici e banali videoclip promozionali in veri e propri cortometraggi d’autore, dotati di trame complesse e budget faraonici. Affidando l’ambiziosissima regia a cineasti del calibro del regista John Landis per l’epocale trasposizione in video del brano Thriller, l’artista abbatté definitivamente le ultime barriere razziali dei palinsesti televisivi, dettando un canone estetico obbligatorio per qualunque musicista ambisse a misurarsi con la modernità.
L’Amicizia Salvifica: Il Legame con Elizabeth Taylor
Nel vasto e spesso opportunistico panorama relazionale che circondava Michael Jackson, un ruolo di primissimo piano è stato costantemente ricoperto dalla profonda e incrollabile amicizia con la celebre attrice Elizabeth Taylor. Questo legame, nato da una reciproca e dolorosa comprensione di cosa significasse vivere un’infanzia negata dalle luci implacabili dei riflettori, rappresentò per il cantante un porto sicuro e un rifugio emotivo fondamentale. La grande interprete britannica naturalizzata statunitense fu una delle pochissime persone in grado di alleviare il senso di estremo isolamento che accompagnava il musicista fin dai tempi della durissima gavetta vissuta nell’Indiana.
Fu proprio Elizabeth Taylor, in un momento storico cruciale per la cultura popolare, a coniare l’appellativo che avrebbe accompagnato l’artista per il resto della sua vita e ben oltre la sua scomparsa. Nel 1989, durante una seguitissima premiazione televisiva, l’attrice introdusse Michael Jackson sul palcoscenico definendolo pubblicamente e con sincera devozione come il vero, unico e incontrastato re del pop, del rock e del soul. Quella folgorante definizione venne immediatamente e definitivamente recepita dall’industria discografica, trasformandosi nel celeberrimo titolo onorifico planetario di “King of Pop”.
Due Dinastie a Confronto: Il Matrimonio con Lisa Marie Presley
Se l’amicizia protettiva con Elizabeth Taylor rappresentò una costante granitica e rassicurante, il tentativo di Michael Jackson di costruire una stabilità sentimentale convenzionale si scontrò frontalmente con l’implacabile pressione mediatica globale. Nel maggio 1994, l’opinione pubblica mondiale venne letteralmente colta di sorpresa dalla notizia del suo matrimonio segreto celebrato nella lontana Repubblica Dominicana. La sposa non era affatto una figura anonima, bensì Lisa Marie Presley, l’unica figlia ed erede universale del leggendario musicista Elvis Presley, indiscusso e venerato pioniere del rock and roll.
L’inaspettata unione formale tra Michael Jackson e Lisa Marie Presley venne immediatamente interpretata dai commentatori più spietati come una cinica e calcolata manovra di pubbliche relazioni, architettata al solo scopo di risollevare l’immagine dell’artista, già gravemente e dolorosamente compromessa dalle prime indagini legali del 1993. Tuttavia, le testimonianze dirette di chi visse da vicino quel delicato periodo confermano l’esistenza di un affetto del tutto autentico e di un profondo senso di mutua protezione tra i due coniugi. Nonostante i disperati tentativi di preservare la propria intimità domestica, il matrimonio non riuscì in alcun modo a reggere il peso schiacciante delle tensioni accumulate, giungendo a un definitivo e rapido divorzio ufficiale nel gennaio 1996.
Il Tramonto
Dopo i trionfi ineguagliabili degli anni Ottanta, il cammino artistico di Michael Jackson continuò a mietere straordinari e colossali successi commerciali. Il 31 agosto 1987 l’uscita dell’atteso album Bad confermò il suo incontrastato dominio assoluto, seguito a breve distanza, esattamente il 26 novembre 1991, dall’altrettanto monumentale progetto discografico intitolato Dangerous. Innumerevoli premi e riconoscimenti internazionali vennero vinti e stravinti in quel periodo, consolidando una figura pubblica che appariva all’apice inarrivabile di una carriera destinata a non conoscere mai ostacoli.
Tuttavia, quel successo che sembrava letteralmente infinito subì un arresto drammatico e del tutto improvviso nei primi anni Novanta, scuotendo profondamente l’opinione pubblica. La narrazione pubblica si incrinò a causa di gravissime accuse di pedofilia che minarono irreparabilmente la sua stabilità emotiva e finanziaria. Molti biografi, analisti storici e collaboratori asseriscono con convinzione che questa tragica deriva personale e giudiziaria sia stata, in realtà, il carissimo prezzo psicologico pagato a causa di un’infanzia e di un’adolescenza totalmente negate dalle rigide imposizioni paterne.
L’Origine del Processo: Il Documentario e il Caso Arvizo
Se è vero che le primissime e dolorose ombre giudiziarie si erano già allungate sulla vita dell’artista nel 1993, a seguito delle accuse mosse dalla famiglia del giovanissimo Jordan Chandler, il vero punto di non ritorno si consumò circa dieci anni più tardi. Nel febbraio 2003, il giornalista britannico Martin Bashir mandò in onda un controverso e seguitissimo documentario televisivo intitolato Living with Michael Jackson. L’intento apparente del progetto era quello di mostrare al grande pubblico il lato intimo, domestico e privato dell’interprete, ma il risultato finale si trasformò in una trappola mediatica dalle conseguenze incalcolabili.
Il nucleo del nuovo e devastante scandalo scaturì, in modo quasi paradossale, da una candida, ingenua e del tutto spontanea dichiarazione rilasciata dallo stesso Michael Jackson. Davanti alle telecamere accese, il cantante confessò pacificamente di condividere abitualmente la propria stanza e il proprio letto con un ragazzino di nome Gavin Arvizo, un giovane che stava faticosamente sopravvivendo a una gravissima forma di cancro. L’artista aveva sostenuto economicamente e moralmente le cure mediche del bambino, ospitandolo per lunghi periodi nella sua vasta e fiabesca tenuta californiana. Nelle parole del musicista, quel gesto intimo rappresentava esclusivamente un atto di puro conforto umano e di amore disinteressato.
Tuttavia, quelle dichiarazioni vennero immediatamente interpretate dall’opinione pubblica e dalle autorità giudiziarie in modo diametralmente opposto rispetto alle sue intenzioni. Quell’intervista innescò una spietata reazione a catena: le autorità della contea di Santa Barbara, nello stato della California, aprirono un’indagine formale che sfociò nell’arresto del cantante nel novembre 2003 e nel logorante processo penale del 2005. Nonostante il lungo dibattimento in aula si sia concluso con una assoluzione completa e totale per ogni singolo capo d’accusa, la profonda e sanguinosa lacerazione emotiva subita da Michael Jackson si rivelò una cicatrice impossibile da rimarginare.
La Paternità Singolare: Il Desiderio di una Famiglia
Dopo la fine del turbolento e mediatico matrimonio con Lisa Marie Presley, il profondo e insopprimibile desiderio di paternità di Michael Jackson trovò una strada del tutto inusuale per concretizzarsi. Durante le assidue e costanti visite mediche per curare la vitiligine, l’artista aveva stretto una solida e confidenziale amicizia con Debbie Rowe, un’infermiera impiegata nello studio del dermatologo Arnold Klein. Fu proprio lei, conoscendo intimamente la sofferenza del cantante per la mancanza di una discendenza, a offrirsi volontariamente e spontaneamente di donargli dei figli. I due contrassero un inaspettato e rapido matrimonio il 14 novembre 1996 a Sydney, in Australia, sancendo l’inizio di un nuovo, complesso capitolo familiare.
Da questa unione clinica e affettiva nacquero in rapida successione i primi due eredi della dinastia musicale. Il primogenito, battezzato Michael Joseph Jackson Jr. ma universalmente noto con il soprannome di Prince, vide la luce il 13 febbraio 1997 nella caotica metropoli di Los Angeles, nello stato della California. Appena un anno più tardi, esattamente il 3 aprile 1998, la coppia diede il benvenuto a Paris-Michael Katherine Jackson, nata in una prestigiosa clinica di Beverly Hills. L’accordo matrimoniale, basato su fondamenta pratiche e di mutuo affetto più che su una vera passione romantica, si concluse pacificamente con un divorzio firmato l’8 ottobre 1999, in seguito al quale Debbie Rowe rinunciò totalmente e legalmente alla custodia genitoriale in favore del padre.
Il forte e inesauribile desiderio di ampliare ulteriormente il proprio nucleo domestico spinse successivamente Michael Jackson a percorrere in totale solitudine la complessa via della maternità surrogata. Il suo terzo figlio, Prince Michael Jackson II, affettuosamente soprannominato Blanket, nacque il 21 febbraio 2002 presso un ospedale di La Mesa, cittadina situata sempre in California. L’identità della madre biologica è rimasta rigidamente anonima e coperta dal più stretto riserbo legale e finanziario. Per proteggere tutti e tre i bambini dall’insaziabile e morbosa curiosità dei paparazzi, il musicista impose l’uso costante di maschere, piume e veli sui loro volti durante ogni singola apparizione pubblica, un gesto visivamente estremo ma dettato dall’ansia di garantire loro un’infanzia il più possibile distante dai riflettori.
L’Incidente di Berlino: Il Crollo dell’Immagine Pubblica
L’inesorabile declino della figura pubblica di Michael Jackson fu pesantemente accelerato da episodi che, seppur privi di rilevanza penale, alimentarono una narrazione mediatica spietata e inarrestabile, offuscando la sua genialità artistica. Un momento tristemente emblematico in questo processo di disgregazione dell’immagine si verificò il 19 novembre 2002, quando l’artista si trovava in visita a Berlino, capitale della Germania, per presenziare a una cerimonia di premiazione. Travolto dall’incessante e rumoroso entusiasmo della folla oceanica radunata sotto le finestre del suo albergo, il cantante prese una decisione istintiva che si rivelò disastrosa.
Desideroso di condividere la propria gioia con gli ammiratori accampati in strada, l’interprete decise di mostrare loro il suo terzo figlio, il neonato Prince Michael Jackson II, all’epoca dei fatti di soli nove mesi. In un attimo di gravissima imprudenza e di evidente, seppur temporaneo, scollamento dalla realtà concreta, Michael Jackson sporse il bambino, con il volto coperto da un asciugamano, oltre la ringhiera del balcone situato al quarto piano dell’edificio. Il gesto durò solamente una manciata di interminabili secondi, ma venne immediatamente immortalato dai teleobiettivi dei fotografi presenti, facendo in pochissime ore il giro del mondo.
Quell’azione incauta destò un’ondata di profonda e fulminea indignazione globale, sollevando seri e feroci interrogativi sulla sua reale stabilità mentale e sulla sua capacità genitoriale. Lo stesso Michael Jackson, resosi rapidamente e dolorosamente conto della gravità della situazione, rilasciò a brevissima distanza un comunicato di scuse formali, definendo l’accaduto un terribile e imperdonabile errore dettato dall’eccessiva eccitazione del momento. Tuttavia, quel frammento visivo si era ormai cristallizzato in modo indelebile nella memoria collettiva, fornendo nuovo e inesauribile materiale ai suoi detrattori per dipingerlo come un individuo tragicamente inadeguato alla vita reale.
Ritorno alle scene
Il tanto atteso e complesso ritorno sulle scene discografiche mondiali avvenne il 30 ottobre 2001 con la pubblicazione dell’album Invincible. Nonostante una produzione sonora tecnicamente ineccepibile, l’opera non riuscì in alcun modo a replicare il dirompente e travolgente successo dei decenni precedenti, segnando un lento ma inesorabile distacco dai gusti di un mercato musicale ormai profondamente mutato. Gli anni successivi furono inesorabilmente segnati da crescenti difficoltà economiche e da un evidente deterioramento fisico, elementi che costrinsero l’interprete a una vita sempre più ritirata e lontana dalle folle oceaniche.
Il sipario si chiuse prematuramente e in modo del tutto inaspettato in un malinconico giovedì di inizio estate. Il 25 giugno 2009, all’età di cinquantuno anni compiuti, Michael Jackson si spense all’improvviso in una lussuosa residenza in affitto a Los Angeles, in California, negli Stati Uniti d’America. Le circostanze della morte apparvero sin dai primissimi istanti non proprio chiare: le successive indagini mediche stabilirono che il decesso fu causato da un grave malore, riconducibile alle troppe e non ben dosate medicine anestetiche assunte nelle sue ultime, tormentate settimane di vita e somministrate dal medico curante Conrad Murray. Proprio in quei concitati e frenetici giorni, l’artista stava preparando duramente uno spettacolo teatrale dal titolo This Is It, concepito appositamente per riportarlo trionfalmente alla ribalta.
L’Eredità Culturale
Nonostante l’epilogo drammatico e le dolorose vicende umane che hanno oscurato la parte conclusiva della sua complessa esistenza, il segno lasciato da Michael Jackson nel tessuto culturale contemporaneo rimane solido e imperituro. Oltre all’indiscutibile rivoluzione apportata al mondo del ballo e dei videoclip musicali, il suo profilo si è distinto per un costante, per quanto a volte controverso, slancio umanitario internazionale. Un momento storico degno di grandissima nota e memoria è certamente rappresentato dal brano pluriplatino We Are the World, pubblicato il 7 marzo 1985 a scopo puramente benefico.
Questa maestosa e indimenticabile opera musicale venne interamente scritta e concepita da Michael Jackson insieme al cantautore e collega Lionel Richie, per poi essere interpretata coralmente al fianco di altri quarantaquattro artisti di fama mondiale uniti sotto l’emblema Usa For Africa. Attraverso iniziative di questa straordinaria portata, l’artista dimostrò fattivamente come il linguaggio universale della musica leggera potesse essere efficacemente convertito in uno strumento di sensibilizzazione sociale e di concreto aiuto globale contro le grandi emergenze del pianeta.
Oggi, la figura imponente di Michael Jackson viene studiata nelle accademie d’arte e analizzata dai sociologi come un evento senza alcun precedente, un vero e proprio catalizzatore capace di fondere e unificare le diverse anime culturali del Ventesimo secolo. La sua capacità sovrumana di superare le demarcazioni stilistiche e di trasformare il pop in un fenomeno estetico totale ha aperto orizzonti inesplorati per innumerevoli generazioni di musicisti. Il suo stile, la sua voce e la sua iconografia sopravvivono intatti, dimostrando al mondo intero come la grandezza dell’arte riesca immancabilmente a trascendere le umane e terrene fragilità del suo stesso, tormentato creatore.
Per esplorare ulteriormente e con maggiore profondità documentale la complessa parabola umana e l’eredità musicale di questo straordinario artista, suggeriamo la lettura di una rigorosa biografia di Michael Jackson attualmente disponibile su Amazon.


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