Esplosione centrale nucleare di Chernobyl

Esplosione centrale nucleare di Chernobyl - 26 aprile 1986 - Chernobyl - Ucraina
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Esplosione centrale nucleare di Chernobyl (26/4/1986)

Categoria: Evento Storico Fatto

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Indice

Eventi della Storia: Esplosione centrale nucleare di Chernobyl

Pietra miliareData completaLocalità e ProvinciaStatoDettaglio storico
Inizio della costruzione della centrale15 agosto 1970Chernobyl, Oblast’ di KievUnione SovieticaAvvio dei lavori di cantiere per la realizzazione della centrale nucleare e della vicina città di Pryp”jat’ sotto la direzione di Viktor Brjuchanov.
Entrata in funzione del primo reattore14 dicembre 1977Chernobyl, Oblast’ di KievUnione SovieticaCompletamento dei collaudi strutturali e allacciamento della prima unità generatrice alla rete elettrica nazionale della Unione Sovietica.
Completamento del quarto reattore31 dicembre 1983Chernobyl, Oblast’ di KievUnione SovieticaIngresso in servizio dell’unità quattro da quattromila megawatt termici, l’impianto più moderno dell’intero complesso tecnologico di Chernobyl.
Inizio del test di sicurezza25 aprile 1986Chernobyl, Oblast’ di KievUnione SovieticaAvvio delle procedure per la riduzione graduata della potenza condotte dal vicedirettore dell’impianto Anatolij Djatlov.
Esplosione del reattore quattro26 aprile 1986Chernobyl, Oblast’ di KievUnione SovieticaDistruzione della struttura di contenimento del reattore durante le prime ore di sabato 26 aprile 1986 a seguito dell’innesco di una reazione termica incontrollata.
Evacuazione della città di Pryp”jat’27 aprile 1986Pryp”jat’, Oblast’ di KievUnione SovieticaAllontanamento forzato di circa cinquantamila cittadini residenti nel centro urbano a tre chilometri dall’impianto nucleare di Chernobyl.
Istituzione della commissione statale28 aprile 1986Mosca, Oblast’ di MoscaUnione SovieticaNomina formale dello scienziato Valerij Legasov e del dirigente politico Boris Ščerbina per gestire la risposta tecnica all’incidente.
Chiusura definitiva dell’impianto15 dicembre 2000Chernobyl, Oblast’ di KievUcrainaSpegnimento definitivo del reattore numero tre e arresto permanente di tutte le attività di generazione elettrica nel sito di Chernobyl.

Introduzione

Il 26 aprile 1986 e la notte che cambiò la percezione della tecnologia e dell’energia

Nelle prime ore di sabato 26 aprile 1986, alle ore 1:23, la centrale nucleare situata presso la città di Chernobyl, nell’Oblast’ di Kiev, fu teatro del più grave incidente industriale e tecnologico dell’era atomica. L’esplosione dell’unità numero quattro, un reattore capace di sviluppare una potenza di quattromila megawatt termici ed entrato in funzione nel 1983, squarciò l’edificio principale e scoperchiò il nocciolo radioattivo. L’evento distrusse la convinzione della infallibilità del programma nucleare civile sviluppato dalla Unione Sovietica, svelando limiti strutturali nelle procedure operative, nella progettazione tecnica degli impianti e nei meccanismi di gestione dell’informazione pubblica.

La violenza dell’impatto termico proiettò nella troposfera ingenti quantitativi di materiale fissile, grafite incandescente e isotopi radioattivi ad alta intensità. Nell’arco di poche ore, l’incendio sviluppatosi all’interno della struttura rese impossibile qualsiasi tentativo immediato di contenimento tradizionale. La comunità scientifica mondiale, sorpresa dalla portata del disastro e dall’iniziale silenzio delle autorità centrali di Mosca, dovette affrontare un’emergenza radiologica senza precedenti storici. L’evento del 26 aprile 1986 segnò una rottura profonda nel dibattito energetico globale, imponendo una revisione totale degli standard di sicurezza per gli impianti atomici in Europa e nel resto del pianeta.

L’impatto geografico, umano e sociale sulla Repubblica di Belarus, sull’Ucraina e sulla Russia

Le conseguenze territoriali e ambientali della catastrofe assunsero immediatamente una dimensione transfrontaliera di enorme gravità. A causa delle condizioni meteorologiche e dei venti dominanti nei giorni compresi tra il 26 aprile 1986 e il 30 aprile 1986, circa due terzi delle sostanze radioattive disperse nell’atmosfera ricaddero verso settentrione, investendo in modo drammatico la parte sud-orientale della Repubblica di Belarus (nota nella lingua italiana con la denominazione tradizionale di Bielorussia). La contaminazione con radionuclidi ad alto decadimento coprì un’area stimata in centocinquantamila chilometri quadrati attorno all’impianto, compromettendo il ventitré per cento dell’intero territorio della Repubblica di Belarus, il quattro comma otto per cento del territorio della Ucraina e lo zero comma cinque per cento del territorio della Russia.

Il bilancio umano iniziale registrarono trentuno vittime ufficiali nei primi tre mesi dall’incidente, centottantacinque persone colpite da sindrome acuta da radiazione e centotrentacinquemila cittadini sfollati a seguito dell’istituzione della zona di alienazione. Tuttavia, le analisi epidemiologiche e storiche sviluppate negli anni successivi hanno dimostrato che l’impatto reale sulla popolazione fu di proporzioni ben più ampie, coinvolgendo centinaia di migliaia di liquidatori impiegati nella decontaminazione. Sotto il profilo finanziario, il danno complessivo causato dall’incidente nel periodo compreso tra il 1986 e il 2015 è stato quantificato in circa duecentotrentacinque miliardi di dollari USA, una cifra che ha gravato in modo permanente sul tessuto sociale ed economico della Repubblica di Belarus, della Ucraina e della Russia.

Contesto Storico e Antefatto

Lo sviluppo dell’energia nucleare sovietica e la concezione del reattore RBMK-1000

Negli anni Settanta, il governo della Unione Sovietica avviò un imponente piano di espansione dell’infrastruttura elettrica nazionale per sostenere il forte consumo industriale e dimostrare l’autosufficienza tecnologica dello Stato. La strategia energetica centrale si basava sull’adozione dei reattori della serie RBMK-1000, un modello a uranio arricchito, moderato a grafite e refrigerato ad acqua leggera. Questa tecnologia presentava notevoli vantaggi economici per le autorità di Mosca, poiché consentiva di costruire centrali di grande potenza senza richiedere i complessi e costosi recipienti di pressione in acciaio tipici dei reattori ad acqua pressurizzata utilizzati nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti d’America.

Tuttavia, la struttura fisica del reattore RBMK-1000 nascondeva gravi criticità termoidrauliche che non vennero divulgate agli operatori degli impianti per ragioni di segreto militare e di prestigio statale. La caratteristica più rischiosa era rappresentata dal coefficiente di vuoto positivo: alle basse potenze, l’aumento delle bolle di vapore all’interno dei canali di refrigerazione non frenava la reazione nucleare, ma provocava un improvviso incremento della reattività. Inoltre, l’estremità delle barre di controllo in boro presentava un terminale in grafite che, nelle prime fasi di inserimento nel nocciolo, generava un temporaneo e pericoloso aumento della potenza invece della sua immediata interruzione.

La nascita della città modello di Pryp”jat’ e l’entrata in funzione della centrale di Chernobyl nel 1983

Per ospitare i lavoratori della centrale e le loro famiglie, il ministero dell’energia avviò il 15 agosto 1970 i cantieri per la costruzione dell’insediamento urbano di Pryp”jat’, situato a soli tre chilometri dal cantiere tecnologico e bagnato dal Fiume Pryp”jat’. La città fu concepita come un modello di eccellenza urbanistica e sociale socialista, dotata di ampi viali, complessi scolastici, centri culturali, impianti sportivi e parchi pubblici. Con un’età media dei residenti vicina ai trent’anni, la comunità di Pryp”jat’ rappresentava il simbolo del progresso scientifico e dell’efficienza della Unione Sovietica, garantendo un tenore di vita notevolmente superiore alla media della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina.

Il complesso atomico di Chernobyl cresciuto accanto alla città vide il progressivo completamento dei primi tre reattori tra il 1977 e il 1980. L’unità numero quattro venne collegata alla rete elettrica nazionale il 31 dicembre 1983, portando la capacità di generazione complessiva del sito a quattromila megawatt elettrici e trasformando la centrale in uno dei nodi energetici più importanti dell’intera Unione Sovietica. La gestione del complesso fu affidata al direttore Viktor Brjuchanov, un ingegnere di formazione termoelettrica che, unitamente al capo ingegnere Nikolaj Fomin, cercò di rispettare i rigidi piani di produzione stabiliti dal partito, trascurando le segnalazioni di anomalia riscontrate in altri impianti della stessa tipologia.

Le premesse del test di sicurezza della notte tra il 25 aprile 1986 e il 26 aprile 1986

In occasione del fermo programmato del quarto reattore per le consuete operazioni di manutenzione previste nell’aprile del 1986, la direzione dell’impianto stabilì di effettuare un esperimento tecnico sulla turbina a vapore. L’obiettivo del test era verificare se la rotazione per inerzia del turbo-alternatore disconnesso dalla rete fosse in grado di produrre energia elettrica sufficiente a alimentare le pompe di circolazione dell’acqua di raffreddamento per circa cinquantasei secondi, coprendo l’intervallo necessario all’avvio dei generatori diesel di emergenza. Questa procedura, pur essendo già stata tentata senza successo negli anni precedenti, era ritenuta fondamentale per garantire la sicurezza dell’impianto in caso di un improvviso blackout elettrico generale.

La pianificazione e la condotta dell’esperimento vennero supervisionate dal vicedirettore ingegnere Anatolij Djatlov, il quale applicò una forte pressione sul personale di turno affinché la prova venisse completata senza ritardare le scadenze operative. La mattina del 25 aprile 1986 ebbero inizio le manovre di riduzione della potenza termica del reattore, ma la procedura venne improvvisamente interrotta dalla centrale di controllo della rete elettrica di Kiev, che richiese di rinviare lo spegnimento per far fronte a un picco di richiesta energetica industriale. Questo ritardo imprevisto costrinse l’impianto a funzionare per oltre dieci ore a metà potenza, favorendo l’accumulo nel nocciolo di xeno-135, un isotopo ad alto assorbimento neutronico capace di avvelenare la reazione e destabilizzare la condotta del reattore.

Il Cuore dell’Evento: Il Momento “Successe Oggi”

Sabato 26 aprile 1986, ore 01:23: la sequenza delle manovre operative e la reazione fisica nel reattore n. 4

Nelle ultime ore della notte di venerdì 25 aprile 1986, il controllo del reattore quattro della centrale di Chernobyl passò al turno di notte guidato dal caposquadra Aleksandr Akimov e dal giovane ingegnere Leonid Toptunov. Sotto la diretta supervisione del vicedirettore Anatolij Djatlov, l’operazione di riduzione della potenza continuò pur in presenza di un vistoso avvelenamento da xeno-135. Quando la potenza termica crollò inaspettatamente a soli trenta megawatt, un valore ben inferiore alla soglia di sicurezza prevista per il test, il personale cercò di arrestare la prova, ma l’ingegnere Anatolij Djatlov impose l’estrazione quasi totale delle barre di controllo per risalire a duecento megawatt.

Alle ore 01:23:04 di sabato 26 aprile 1986, l’esperimento ebbe formalmente inizio con la chiusura delle valvole di alimentazione del vapore alla turbina. Con il progressivo rallentamento delle pompe principali, la portata d’acqua nel nocciolo diminuì rapidamente, provocando un aumento esponenziale della formazione di vapore nei canali del reattore. La presenza del coefficiente di vuoto positivo scatenò un’impennata istantanea della reattività nucleare, che iniziò a scaldare la struttura a ritmi incontrollabili.

Di fronte al repentino segnale di allarme, l’operatore Leonid Toptunov premette il pulsante di emergenza AZ-5 per azionare la discesa di tutte le barre di controllo in boro nel nocciolo. Le estremità in grafite delle barre avanzarono nei canali spostando l’acqua e provocando un fatale picco locale di reattività nella parte inferiore del reattore. In pochi secondi, la potenza del reattore quattro superò di oltre cento volte il valore nominale massimo di quattromila megawatt termici.

La doppia esplosione, lo squarcio della struttura e l’innesco dell’incendio a grafite

La tremenda pressione del vapore causata dal surriscaldamento istantaneo provocò la prima esplosione, che sollevò la spessa piastra di copertura in acciaio e cemento pesante oltre mille tonnellate. L’aria penetrata nel nocciolo entrò in contatto immediato con i blocchi di grafite incandescente e con l’idrogeno generatosi dalla reazione dell’acqua con lo zirconio delle barre di combustibile. Pochi istanti dopo si verificò una seconda esplosione di natura chimica, devastante e ancora più violenta, che distrusse l’edificio del reattore quattro e proiettò nell’atmosfera pezzi di grafite bruciante e frammenti di combustibile altamente radioattivo.

L’esplosione squarciò le pareti laterali e la copertura superiore della struttura, esponendo il nocciolo distrutto e innescando oltre trenta focolai d’incendio sulle coperture in bitume degli edifici adiacenti, incluso il tetto della sala turbine condivisa con il reattore numero tre. Le fiamme e il fumo radioattivo si propagarono rapidamente verso l’alto, creando una colonna di calore e particelle che si diffuse verso il cielo di Chernobyl e verso le regioni circostanti della Repubblica di Belarus e della Ucraina.

Le prime ore di emergenza: l’intervento dei primi soccorritori coordinati da figure come Anatolij Djatlov

Pochi minuti dopo le esplosioni, la squadra antincendio della centrale condotta dal tenente Vladimir Pravik e dal tenente Viktor Kibenok giunse sul posto senza dispositivi di protezione radiologica adeguati, affrontando gli incendi sulle coperture per impedire la diffusione del fuoco ai reattori operativi. Insieme a loro, vigili del fuoco come Vasilij Ignatenko lavorarono per ore tra le macerie cosparse di elementi di grafite altamente contaminati. Entro le prime ore della mattina di sabato 26 aprile 1986, molti di questi primi soccorritori manifestarono gravissimi sintomi di sindrome acuta da radiazione.

All’interno della sala di controllo distrutta, il vicedirettore Anatolij Djatlov, il caposquadra Aleksandr Akimov e l’ingegnere Leonid Toptunov tentarono disperatamente di inviare acqua nel nocciolo pensando che la struttura fosse ancora integra e che gli indicatori dosimetrici fuori scala fossero difettosi. Solo all’alba l’esplorazione visiva condotta da personale tecnico confermò la completa distruzione del reattore quattro, mentre sia Aleksandr Akimov che Leonid Toptunov riportarono dosi letali di radiazioni durante i tentativi manuali di azionare le valvole di raffreddamento.

La gestione della crisi da parte della commissione di stato guidata da Valerij Legasov e Boris Ščerbina

Domenica 27 aprile 1986, il governo della Unione Sovietica inviò una commissione speciale di emergenza a Pryp”jat’, presieduta dal vicepresidente del consiglio dei ministri Boris Ščerbina e supportata sul piano scientifico dal vicedirettore dell’istituto Kurchatov, lo scienziato Valerij Legasov. Di fronte alla gravità dei rilievi radiometrici effettuati dagli elicotteri militari e dal personale di decontaminazione, lo scienziato Valerij Legasov convinse il dirigente Boris Ščerbina della necessità imperativa di ordinare l’immediata evacuazione della città di Pryp”jat’.

Nel pomeriggio del 27 aprile 1986, oltre mille autobus arrivarono a Pryp”jat’ per evacuare in poche ore cinquantamila abitanti, chiedendo loro di abbandonare temporaneamente gli arredi e gli oggetti personali. Nei giorni successivi, sotto la guida dello scienziato Valerij Legasov e del dirigente Boris Ščerbina, decine di piloti d’elicottero sorvolarono il cratere del reattore quattro lanciando oltre cinquemila tonnellate di sabbia, argilla, piombo, boro e dolomite per estinguere l’incendio della grafite e mitigare il rilascio continuo di isotopi radioattivi nell’aria della Ucraina e della Repubblica di Belarus.

Analisi Verticale – Significato e Risonanza Culturale

Le cause tecniche, la vulnerabilità strutturale delle barre di controllo e i fattori umani

La catastrofe di Chernobyl fu il risultato di una combinazione sistemica tra gravi carenze di progettazione hardware e una catena di errori umani favorita da una rigida cultura di gestione burocratica. Il reattore RBMK-1000 presentava difetti fisici intrinseci coperti dal segreto militare e ignoti al personale di sala controllo. La presenza delle punte in grafite sulle barre di controllo in boro trasformava l’inserimento completo dei sistemi di arresto rapido in un detonatore neutronico qualora il nocciolo si trovasse in uno stato di elevata instabilità elettrica e termica.

A questi fattori tecnici si sommarono le decisioni operative prese dalla direzione della centrale e dal vicedirettore Anatolij Djatlov. La scelta di proseguire l’esperimento a potenze ridotte senza stabilizzare il nocciolo avvelenato da xeno-135, unita alla disattivazione dei sistemi automatici di emergenza e di blocco del vapore per evitare interruzioni del test, violò numerose norme di sicurezza operative. La pressione gerarchica esercitata dall’ingegnere Anatolij Djatlov ridusse la capacità critica degli operatori Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, evidenziando come l’assenza di una cultura della sicurezza autonoma potesse condurre a scelte devastanti in presenza di tecnologie complesse.

La dinamica della nube radioattiva: dalla Repubblica di Belarus all’intero continente Europa

L’imponente colonna di calore generata dall’incendio del reattore quattro spinse gli isotopi fissili fino a varie centinaia di metri d’altezza nell’atmosfera. I venti soffiarono inizialmente verso nord-ovest, trasportando grandi quantità di cesio-137, iodio-131 e stronzio-90 verso il territorio della Repubblica di Belarus, dove l’impatto precipitativo depositò la concentrazione più alta di nuclidi radioattivi dell’intero evento. Gran parte delle province meridionali e orientali della Repubblica di Belarus subirono una contaminazione duratura dei terreni agricoli e delle foreste.

Nei giorni successivi al 26 aprile 1986, i mutamenti atmosferici diffusero la nube radioattiva attraverso la Polonia, la Svezia, la Finlandia e la Germania, fino a interessare la Francia, il Regno Unito e l’Italia. Fu proprio il rilevamento di anomale concentrazioni di radiazioni presso la centrale atomica di Forsmark in Svezia, nella giornata di lunedì 28 aprile 1986, a costringere il governo della Unione Sovietica a rompere il silenzio e ammettere pubblicamente a Mosca e di fronte al mondo l’avvenuto incidente a Chernobyl.

Gli effetti sanitari, l’evacuazione di Pryp”jat’ e la gestione della popolazione nelle aree contaminate

Gli effetti biologici e sanitari dell’incidente di Chernobyl si manifestarono sia a breve che a lungo termine. Nelle prime settimane successive all’evento, duecentotrentasette lavoratori e vigili del fuoco vennero ricoverati con diagnosi di sindrome acuta da radiazione; tra questi, trentuno morirono entro l’estate del 1986, inclusi i vigili del fuoco Vladimir Pravik, Viktor Kibenok e Vasilij Ignatenko, sottoposti a dosi massicce durante le operazioni sul tetto della sala turbine. Nei mesi successivi, le autorità della Unione Sovietica mobilitarono oltre seicentomila liquidatori tra militari, ingegneri e operai per decontaminare il sito e costruire la prima barriera di protezione.

Sulla popolazione civile residente nella Repubblica di Belarus, in Ucraina e in Russia, il rilascio di iodio-131 causò nei decenni successivi un netto incremento dei casi di tumore alla tiroide, specialmente tra i soggetti che nel 1986 erano bambini. La bonifica dei terreni e la gestione delle acque costrinsero il governo a creare una zona di alienazione permanente con un raggio di trenta chilometri attorno all’impianto di Chernobyl. Oltre centotrentasettemila persone dovettero abbandonare per sempre le proprie abitazioni, vivendo le conseguenze traumatiche del sradicamento sociale e dell’incertezza sanitaria protrattasi per generazioni.

L’Eredità Culturale

Le ripercussioni geopolitiche sulle istituzioni della Unione Sovietica e la gestione delle informazioni

La gestione della crisi radiologica da parte delle autorità centrali di Mosca rivelò l’inadeguatezza delle strutture burocratiche e la tendenza all’occultamento delle informazioni interne ed esterne. Nei primi giorni successivi al 26 aprile 1986, i dirigenti del partito e il segretario generale Michail Gorbačëv mantennero un rigido controllo sulle notizie relative alla portata del disastro. Il ritardo nel comunicare la reale gravità della situazione alla cittadinanza di Pryp”jat’ e alle nazioni confinanti della Europa incrinò la fiducia dell’opinione pubblica nazionale e internazionale nei confronti del governo della Unione Sovietica.

L’impatto politico dell’incidente di Chernobyl accelerò in modo determinante la politica di trasparenza nota come glasnost’, promossa dallo stesso Michail Gorbačëv. La necessità di gestire un’emergenza ecologica e sociale di scala continentale costrinse la leadership sovietica a un’apertura senza precedenti verso il confronto scientifico internazionale. La perdita di credibilità tecnica e contabile patita dallo Stato in seguito all’evento di Chernobyl rappresentò uno dei fattori catalizzatori che contribuirono al progressivo indebolimento istituzionale e al successivo dissolvimento della Unione Sovietica nel 1991.

Dal primo sarcofago d’emergenza alla realizzazione della struttura di contenimento New Safe Confinement

Nel corso dei mesi compresi tra il maggio del 1986 e il novembre del 1986, l’esercito e i tecnici sovietici realizzarono in condizioni di estremo pericolo radiologico la prima struttura di contenimento, comunemente nota come sarcofago. Costruito sotto la supervisione di ingegneri e scienziati coordinati da Valerij Legasov, questo involucro temporaneo in acciaio e cemento consentì di sigillare oltre duecento tonnellate di corium e combustibile nucleare fuso rimasto all’interno del reattore quattro, attenuando l’emissione diretta di radiazioni nell’atmosfera della Ucraina.

Tuttavia, il rapido deterioramento strutturale del primo sarcofago, accelerato dall’imponente carico termico e dall’azione degli agenti atmosferici, rese necessaria la progettazione di un’opera ingegneristica permanente. Nel 2016, grazie alla cooperazione internazionale e al sostegno di numerosi Paesi della Europa, venne completata la messa in posa del New Safe Confinement, un gigantesco arco in acciaio ad alta resistenza alto oltre cento metri e lungo centOCQUANTA metri. Posizionata sopra il reattore distrutto di Chernobyl, la struttura garantisce l’isolamento dei materiali altamente radioattivi per almeno un secolo, consentendo l’avvio delle future operazioni di smantellamento in totale sicurezza.

Il bilancio economico dal 1986 al 2015 e l’eredità storica nella cultura della sicurezza

Il costo economico generato dalla catastrofe nucleare ha inciso in modo strutturale sulle finanze pubbliche della Ucraina, della Repubblica di Belarus e della Russia. L’insieme delle spese sostenute per il contenimento dell’incendio, l’evacuazione delle popolazioni, la decontaminazione dei suoli, l’assistenza medica permanente e il mancato utilizzo delle risorse agricole e forestali nel periodo compreso tra il 1986 e il 2015 ha raggiunto la cifra stimata di duecentotrentasinque miliardi di dollari USA. Per decenni, una quota consistente del bilancio statale della Repubblica di Belarus e della Ucraina è stata destinata alla copertura delle indennità sociali e alla gestione radiologica dei territori contaminati.

Sotto il profilo della tecnica industriale e della regolamentazione energetica globale, l’incidente di Chernobyl impose la radicale trasformazione dell’Organizzazione Internazionale per l’Energia Atomica e l’adozione di standard di sicurezza condivisi su scala mondiale. I reattori RBMK ancora operativi furono sottoposti a estese modifiche strutturali per eliminare il coefficiente di vuoto positivo e ridisegnare la dinamica delle barre di controllo. Il disastro di Chernobyl ha ridefinito per sempre la cultura della sicurezza tecnologica, dimostrando come la gestione delle fonti energetiche ad alta complessità richieda la massima trasparenza operativa, il rigoroso rispetto dei protocolli e un costante monitoraggio etico e scientifico.

Per approfondire la sequenza degli eventi, le testimonianze dirette e le decisioni politico-scientifiche legate al disastro nucleare di Chernobyl, si consiglia la lettura dei principali saggi storici dedicati alla gestione della crisi sovietica e alla storia della tecnologia atomica nel Novecento. Disponibili su Amazon.

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