Scomparve un sabato di 532 anni fa.
Aveva 40 anni.
Indice
Biografia di Angelo Poliziano
| Pietra miliare | Data completa | Località e Provincia | Stato | Dettaglio storico |
| Nascita di Angelo Poliziano | 14 luglio 1454 | Montepulciano, Siena | Repubblica di Firenze | Figlio di Benedetto Ambrogini e Antonia Salimbeni, nasce Agnolo (Angelo) Ambrogini in un avamposto strategico per la politica fiorentina. |
| Trasferimento a Firenze | agosto 1469 | Firenze | Repubblica di Firenze | Fuga dalle ristrettezze economiche dopo la morte del padre, per studiare presso Marsilio Ficino e Giovanni Argiropulo. |
| Inizio stesura delle Stanze per la giostra | 28 gennaio 1475 | Firenze | Repubblica di Firenze | Celebrazione della vittoria militare e allegorica di Giuliano de’ Medici e dell’amore per Simonetta Vespucci. |
| Congiura dei Pazzi | 26 aprile 1478 | Firenze | Repubblica di Firenze | Testimone oculare dell’assassinio di Giuliano de’ Medici all’interno di Santa Maria del Fiore. |
| Soggiorno a Mantova | dicembre 1479 | Mantova | Marchesato di Mantova | Allontanamento da Firenze dopo i dissapori con Clarice Orsini. In questo periodo compone la Fabula di Orfeo. |
| Morte di Angelo Poliziano | 29 settembre 1494 | Firenze | Repubblica di Firenze | Muore nel cuore della notte per una grave forma febbrile, a ridosso della caduta politica di Piero de’ Medici. |
Introduzione
Nato a Montepulciano con il nome anagrafico di Agnolo Ambrogini, l’intellettuale scelse di farsi chiamare Angelo (più vicino alla forma latina Angelus che a quella greca ángelos) Poliziano derivando il cognome dalla latinizzazione del toponimo d’origine, ovvero Mons Politianus.
La figura di Angelo Poliziano rappresenta il punto di massima convergenza tra la rigorosa ricerca filologica e la fioritura poetica della lingua volgare. Vissuto nel momento centrale del Rinascimento italiano, la sua traiettoria intellettuale si sviluppa all’interno della corte medicea, segnando uno spartiacque oggettivo nella storia della letteratura europea. Fino a quel periodo, l’eredità lasciata da Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio aveva tracciato un solco profondo, ma è attraverso il lavoro di questo umanista che il volgare toscano acquisisce un’eleganza formale pienamente equiparabile a quella del latino e del greco antico.
Il suo impatto storico si fonda su una competenza tecnica straordinaria, unita a una profonda sensibilità per il ritmo della parola. Angelo Poliziano non si limitava a tradurre letteralmente o a imitare gli autori del passato, ma assimilava le fonti classiche per restituirle in un registro originale. Questo metodo, definito dagli studiosi come “docta varietas” (la dotta varietà), gli consentiva di fondere riferimenti letterari distanti tra loro in un dettato poetico armonico e fluido, celando la complessità dell’artificio tecnico dietro una forma apparentemente spontanea.
Comprendere il suo lascito significa analizzare le dinamiche sociali e politiche di Firenze durante la seconda metà del Quattrocento. Al fianco di Lorenzo de’ Medici, il poeta agiva non solo come intellettuale dedito agli studi, ma come costruttore di una vera e propria politica culturale. In quel progetto statale, la bellezza letteraria, la riscoperta dei testi classici e l’equilibrio formale diventavano strumenti concreti di legittimazione per il governo mediceo. La sua opera, dunque, non è mai un esercizio accademico isolato, ma la voce strutturata di una specifica epoca storica.
Contesto Storico e Origini
L’avamposto strategico di Montepulciano
Angelo Poliziano nasce il 14 luglio 1454 a Montepulciano, un borgo toscano che in quel frangente storico rivestiva un’importanza geopolitica di primo piano. Situato esattamente al confine tra la Repubblica di Firenze e la Repubblica di Siena, il paese era un territorio conteso, costantemente attraversato da tensioni diplomatiche e manovre militari. Essere cittadini di Montepulciano significava vivere in una zona di faglia amministrativa, dove le alleanze delle singole famiglie determinavano le sorti economiche dei cittadini, e dove il legame con la potente Firenze offriva privilegi commerciali ma comportava rischi altissimi.
In questo scenario complesso, il padre del futuro umanista, Benedetto Ambrogini, operava come giurista e rivestiva incarichi pubblici di grande responsabilità. Benedetto Ambrogini era un uomo apertamente schierato, legato in modo saldo alla fazione filo-fiorentina e fedele sostenitore delle direttive dettate da Piero de’ Medici (padre di Lorenzo de’ Medici). Questa netta presa di posizione politica garantiva alla famiglia Ambrogini un certo rilievo sociale all’interno del borgo, ma al contempo esponeva il giurista all’odio viscerale delle famiglie rivali, molte delle quali parteggiavano segretamente per Siena.
Il trauma familiare e l’assassinio di Benedetto Ambrogini
Le tensioni accumulatisi nel tessuto sociale del paese sfociano in un atto di sangue nel maggio 1464, un evento che segna una profonda frattura emotiva e materiale nella vita del giovanissimo Angelo Poliziano. Benedetto Ambrogini viene brutalmente assassinato a colpi di arma da taglio a Montepulciano, vittima di una vendetta politica orchestrata dai nemici locali della fazione medicea. Questo omicidio distrugge istantaneamente la stabilità della famiglia, lasciando la vedova Antonia Salimbeni a gestire una situazione di grave pericolo e di improvvisa povertà finanziaria.
La morte violenta del padre rimarrà una traccia indelebile nella psiche del letterato, emergendo nel corso degli anni attraverso un persistente senso di precarietà e una malinconia diffusa circa la brevità della vita umana. Dal punto di vista prettamente storico, tuttavia, il sacrificio di Benedetto Ambrogini per la causa dello Stato fiorentino costituirà un elemento determinante. Proprio in virtù del sangue versato dal padre, il figlio troverà in seguito le porte aperte presso le alte sfere del governo di Firenze.
L’arrivo a Firenze e i maestri dell’Umanesimo
A causa del progressivo impoverimento familiare, intorno al agosto 1469, Angelo Poliziano viene inviato a Firenze per proseguire e completare la sua formazione. L’impatto con la grande capitale toscana è inizialmente molto duro: l’adolescente vive in condizioni di forte indigenza, costretto a vestire abiti logori e a risiedere in dimore modeste. Eppure, proprio in questa città in pieno fervore economico ed edilizio, egli trova l’ambiente intellettuale che plasmerà la sua mente. Firenze era in quegli anni il centro nevralgico dell’Umanesimo, un luogo dove le grandi ricchezze bancarie finanziavano attivamente la traduzione dei testi antichi.
Nonostante le difficoltà quotidiane, le sue eccezionali capacità mnemoniche e analitiche gli permettono di frequentare con profitto le lezioni dei più illustri maestri del momento. Egli studia la filosofia di stampo neoplatonico ascoltando Marsilio Ficino, apprende i segreti del greco antico dal dotto rifugiato bizantino Giovanni Argiropulo e perfeziona la metrica latina sotto la severa guida di Cristoforo Landino. All’interno di queste aule, Angelo Poliziano assimila con una velocità fuori dal comune gli strumenti rigorosi della critica del testo, affilando le armi intellettuali che lo porteranno, nel giro di pochi anni, a varcare la soglia del palazzo di Lorenzo de’ Medici.
L’Ascesa
L’Homericus adulescens e l’ingresso a Palazzo Medici
Il punto di svolta nella carriera intellettuale del giovane Angelo Poliziano si verifica nel corso del 1470. Consapevole delle proprie eccezionali doti filologiche e spinto dalla necessità di trovare un protettore politico a Firenze, il sedicenne decide di intraprendere un’impresa letteraria complessa. Egli inizia a tradurre in latino dal libro secondo al libro quinto dell’Iliade, applicando una metrica basata sugli esametri, ovvero il verso ritmico composto da sei “piedi” (unità di misura) tipico della poesia epica dell’antichità.
Il risultato di questo sforzo traduttivo non è una semplice esercitazione scolastica, ma un’opera dotata di una fluidità e di un’eleganza raramente raggiunte dagli eruditi più anziani dell’epoca. Il lavoro giunge presto sulla scrivania di Lorenzo de’ Medici, il quale rimane profondamente colpito dalla maturità del ragazzo, tanto da attribuirgli il prestigioso appellativo di Homericus adulescens (il giovane omerico). Questa prova di abilità tecnica apre le porte del potere fiorentino allo studente squattrinato proveniente da Montepulciano.
Intorno al 1473, Angelo Poliziano viene ufficialmente accolto all’interno di Palazzo Medici, situato in via Larga a Firenze. L’ingresso nella residenza medicea segna l’inizio di un rapporto di profonda amicizia e di stretta collaborazione politica con Lorenzo de’ Medici. Il poeta viene sollevato da ogni preoccupazione economica, ottenendo vitto, alloggio e l’accesso diretto alla ricchissima biblioteca privata della famiglia. In cambio, egli offre le proprie competenze letterarie per la cancelleria e, soprattutto, assume l’incarico di precettore privato per il figlio primogenito del signore di Firenze, il giovane Piero de’ Medici.
La brigata laurenziana e la tensione con Clarice Orsini
All’interno delle mura del palazzo, l’umanista si inserisce in un gruppo di pensatori, poeti e artisti che condividevano le giornate e i dibattiti culturali. Tra i suoi interlocutori più frequenti figurano il poeta Luigi Pulci, noto per la sua vena comica, il giovane filosofo Giovanni Pico della Mirandola e il pittore Sandro Botticelli. Le conversazioni tra questi intellettuali non erano puramente astratte; esse miravano a costruire un linguaggio estetico nuovo, capace di innalzare la cultura volgare di Firenze ai livelli di quella classica.
Tuttavia, la vita domestica non è priva di attriti strutturali. Il ruolo di educatore affidato ad Angelo Poliziano entra ben presto in collisione con le visioni di Clarice Orsini, consorte di Lorenzo de’ Medici. Di estrazione nobiliare romana e profondamente legata a un’impostazione religiosa tradizionale, Clarice Orsini non tollera i metodi didattici del poeta. L’umanista insisteva sullo studio dei testi pagani, sull’eleganza del latino classico e sulla centralità della letteratura, mentre la nobildonna pretendeva per Piero de’ Medici un’educazione maggiormente incentrata sui precetti del cristianesimo e sulla lettura dei salmi.
Il trionfo in volgare: le Stanze per la giostra
Mentre le tensioni domestiche si accumulano, la consacrazione letteraria pubblica di Angelo Poliziano avviene in occasione di un evento mondano di grande rilevanza politica. Il 28 gennaio 1475, nella cornice di piazza Santa Croce a Firenze, si tiene un sontuoso torneo cavalleresco per celebrare un’alleanza diplomatica tra la fazione medicea, il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Il vero vincitore della competizione, secondo una sceneggiatura accuratamente preparata, è Giuliano de’ Medici, fratello minore del Magnifico.
Per celebrare la vittoria e immortalare l’evento, il poeta riceve l’incarico di comporre un’opera in volgare. Nascono così le Stanze per la giostra, un poemetto in ottave in cui la cronaca sportiva e politica viene trasfigurata in un mito senza tempo. Giuliano de’ Medici assume le sembianze del cacciatore Julio, mentre la nobildonna Simonetta Vespucci, considerata la donna più bella della città e prematuramente scomparsa, diventa la ninfa Simonetta, allegoria della bellezza ideale che eleva l’animo umano verso la virtù.
Il Giorno del Destino: Il Momento “Successe Oggi”
La mattina del 26 aprile 1478
Il momento di massima rottura nella storia del Quattrocento italiano, nonché l’evento che divide a metà la vita e la poetica di Angelo Poliziano, si consuma nella mattina di domenica 26 aprile 1478. Quel giorno, la città di Firenze si preparava ad assistere a una solenne funzione religiosa all’interno della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Il clima politico cittadino era tuttavia giunto a un livello di tensione non più gestibile, a causa dell’alleanza segreta stretta tra la famiglia dei banchieri Pazzi e il pontefice Sisto IV, un patto finalizzato a eliminare fisicamente i vertici della famiglia medicea e a instaurare un nuovo regime.
Angelo Poliziano si reca in duomo come di consueto, accompagnando il gruppo di Lorenzo de’ Medici. Non vi è alcuna percezione di un pericolo imminente, poiché il luogo sacro e la solennità del momento sembravano garantire una naturale immunità. La chiesa era gremita di cittadini, diplomatici e membri del clero. La liturgia procedeva secondo il ritmo abituale, fino al momento dell’elevazione dell’ostia consacrata, il segnale esatto concordato dai congiurati per scatenare l’attacco simultaneo.
L’agguato in Santa Maria del Fiore
In una frazione di secondo, il silenzio rituale viene squarciato dalla violenza. Alle spalle di Giuliano de’ Medici, i sicari Bernardo Bandini Baroncelli e Francesco de’ Pazzi estraggono i pugnali nascosti sotto le vesti. Bernardo Bandini Baroncelli sferra il primo colpo fatale al cranio del giovane, mentre Francesco de’ Pazzi si accanisce sul corpo a terra con una furia tale da ferirsi gravemente a una gamba con la sua stessa lama. Il fratello minore del Magnifico, celebrato solo pochi anni prima nelle Stanze per la giostra, muore sul pavimento di Santa Maria del Fiore in un lago di sangue.
Nello stesso preciso istante, a pochi metri di distanza, un altro gruppo di aggressori, guidato da due sacerdoti, tenta di assassinare Lorenzo de’ Medici. Quest’ultimo, dimostrando grande reattività, estrae la spada, si difende avvolgendo il mantello attorno al braccio sinistro a mo’ di scudo e viene ferito solo marginalmente al collo. Nel caos generale, la folla si disperde terrorizzata, le grida rimbombano tra le navate e la struttura ecclesiastica si trasforma in un campo di battaglia disordinato.
Il salvataggio nella Sacrestia delle Messe
Angelo Poliziano vive la scena con l’angoscia del testimone oculare direttamente coinvolto. Egli, insieme a un ristretto gruppo di fedelissimi, circonda Lorenzo de’ Medici e lo sospinge verso un luogo sicuro. Il gruppo corre freneticamente verso la Sacrestia delle Messe (nota anche come Sacrestia Nord), un ambiente protetto da solide mura situato dietro l’altare maggiore di Santa Maria del Fiore. Una volta superata la soglia, è proprio l’umanista, insieme ai compagni, a compiere lo sforzo fisico di chiudere dall’interno le pesanti porte bronzee, barricandosi per sfuggire agli inseguitori.
All’interno della sacrestia buia, mentre si curava la ferita di Lorenzo de’ Medici, il poeta ascoltava il clamore della folla all’esterno, ignorando inizialmente le sorti di Giuliano de’ Medici e l’esito del tentato colpo di Stato. Solo nelle ore successive, i medicei riusciranno a guadagnare l’uscita, scortati dai cittadini fiorentini insorti in loro difesa. Quel giorno sancì la fine brutale dell’età dell’oro di Firenze. Angelo Poliziano, profondamente traumatizzato, interromperà per sempre la stesura delle Stanze per la giostra, e nei mesi successivi redigerà il Coniurationis commentarium, un resoconto storico crudo e meticoloso degli eventi, abbandonando la poesia allegorica per documentare l’abisso della crudeltà umana.
Analisi Verticale
La dignità del volgare e la Raccolta Aragonese
L’operazione intellettuale più rilevante compiuta da Angelo Poliziano consiste nel conferire al dialetto volgare toscano la medesima dignità letteraria tradizionalmente riservata alla lingua latina e al greco antico. Fino a quel momento storico, la letteratura in volgare era spesso percepita dai dotti come uno strumento inferiore, adatto all’intrattenimento ma privo del rigore formale necessario per la grande espressione culturale. Il poeta sovverte questa gerarchia, applicando gli strumenti severi della filologia alla lingua viva parlata a Firenze.
Questa visione programmatica trova la sua massima espressione politica e letteraria nel 1476, quando l’umanista compila la Raccolta Aragonese. Si tratta di una ricca antologia di poesia toscana, dalle origini duecentesche fino all’età contemporanea, commissionata da Lorenzo de’ Medici per essere inviata in dono a Federico d’Aragona, erede al trono del Regno di Napoli. Nell’epistola dedicatoria, scritta materialmente da Angelo Poliziano, si teorizza apertamente la superiorità culturale di Firenze fondata sulla bellezza e sulla forza del suo idioma, capace di competere alla pari con le lingue dell’antichità classica.
La nascita del teatro profano: la Fabula di Orfeo
Sul fronte della sperimentazione formale, l’autore segna un punto di non ritorno nella storia dello spettacolo europeo. Durante un soggiorno alla corte di Mantova, compone la Fabula di Orfeo, un testo teatrale in volgare destinato alla rappresentazione scenica. Fino a quel momento, il teatro in Italia era circoscritto quasi esclusivamente alle sacre rappresentazioni, drammi religiosi messi in scena sui sagrati delle chiese per istruire il popolo sui testi biblici.
Con la Fabula di Orfeo, Angelo Poliziano trasferisce la tecnica e la struttura della sacra rappresentazione all’interno di un soggetto mitologico e profano. Il dramma racconta la discesa del cantore Orfeo negli inferi per recuperare la moglie Euridice, fondendo il modello letterario di Publio Ovidio Nasone con le forme metriche della tradizione popolare toscana. Quest’opera inaugura di fatto il teatro laico moderno, dimostrando che il palcoscenico poteva diventare uno spazio di riflessione filosofica sui limiti dell’arte e sulla forza ineluttabile del destino umano.
Le ballate e il metodo filologico
Parallelamente al teatro, l’autore raggiunge vertici di pura musicalità attraverso composizioni brevi come I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino e Ben si dee tregua dare. In queste ballate, concepite per l’accompagnamento strumentale, il linguaggio scorre con una naturalezza costruita attraverso un minuzioso lavoro di cesello. Il tema centrale è quasi sempre la caducità del tempo e l’invito a godere della bellezza prima che la giovinezza sfiorisca, un concetto filosofico antico tradotto in un ritmo leggero e malinconico.
La base di tutta questa leggerezza poetica risiede, paradossalmente, nel durissimo lavoro di indagine erudita. Nel 1489, Angelo Poliziano pubblica la Miscellanea, una raccolta di studi in cui analizza e corregge le interpretazioni errate dei testi latini tramandate nei secoli. Il suo approccio è strettamente scientifico: egli non si accontenta delle traduzioni medievali, ma ricerca i manoscritti più antichi, confronta le fonti e studia le varianti linguistiche. Questo rigore lo rende di fatto uno dei fondatori della filologia testuale moderna.
Il Tramonto
La rottura domestica e l’esilio a Mantova
Le conseguenze psicologiche e politiche del tentato colpo di Stato del 26 aprile 1478 incrinano i delicati equilibri all’interno di Palazzo Medici. L’atmosfera a Firenze diventa sospettosa e cupa. Nel maggio 1479, per proteggere la famiglia da possibili epidemie e ritorsioni, Lorenzo de’ Medici trasferisce la moglie e i figli nella villa medicea di Caffaggiolo, affidandoli nuovamente alle cure di Angelo Poliziano. In questa residenza di campagna, lontana dalla diplomazia cittadina, le differenze inconciliabili tra l’umanista e Clarice Orsini degenerano in uno scontro aperto.
La nobildonna, forte del suo ruolo di madre, impone l’allontanamento definitivo del precettore, rifiutando categoricamente i suoi metodi di insegnamento laico per Piero de’ Medici. A causa di questa insanabile frattura, nel dicembre 1479, l’umanista è costretto ad abbandonare il territorio della Repubblica di Firenze. Egli intraprende un periodo di peregrinazione nel nord dell’Italia, viaggiando tra Padova, Venezia e infine Mantova, dove viene accolto temporaneamente dal cardinale Francesco Gonzaga.
Il ritorno e l’inizio del declino laurenziano
La lontananza da Firenze si rivela insopportabile per l’intellettuale, che invia ripetute lettere di supplica al suo antico protettore. La riconciliazione formale avviene nell’agosto 1480. Lorenzo de’ Medici richiama l’amico in città, sollevandolo però dall’incarico di precettore e assegnandogli un ruolo pubblico di altissimo prestigio: la cattedra di eloquenza greca e latina presso lo Studio fiorentino. Da questo momento, Angelo Poliziano dedica gran parte delle sue energie all’insegnamento universitario e alla ricerca filologica, allontanandosi progressivamente dalla poesia in volgare.
Il decennio successivo è segnato da un progressivo incupimento del clima culturale. Il 8 aprile 1492, all’interno della villa medicea di Careggi, Lorenzo de’ Medici muore a causa di complicazioni legate alla gotta. Angelo Poliziano, presente al capezzale dell’amico fino agli ultimi istanti, subisce un tracollo emotivo devastante. La scomparsa del Magnifico segna il collasso dell’architettura politica e intellettuale che aveva sorretto l’intera vita del poeta. Il figlio Piero de’ Medici, divenuto il nuovo signore della città, si dimostra politicamente inadeguato a gestire la crisi incombente.
I giorni del Savonarola e la fine oscura
Senza la protezione del suo mecenate, l’umanista si ritrova isolato in una Firenze irriconoscibile. In quegli anni si consolida il potere del frate domenicano Girolamo Savonarola, le cui infuocate prediche moralistiche dal pulpito condannano apertamente il lusso, la cultura pagana e la corruzione del clero. Il clima di terrore teologico pervade la popolazione, e persino molti intellettuali laurenziani, spaventati, rinnegano le loro opere giovanili. Angelo Poliziano, in uno stato di forte fragilità, tenta di tutelarsi chiedendo di prendere gli ordini sacri e aspirando, senza successo, alla porpora cardinalizia.
La fine arriva in modo repentino. Il 29 settembre 1494, poche settimane prima della discesa delle truppe francesi in Italia e della cacciata definitiva di Piero de’ Medici, l’umanista si spegne nella sua abitazione a Firenze. Le cronache dell’epoca parlano di una “febbre perniciosa” accompagnata da delirio, ma le circostanze rimangono avvolte nel sospetto. Recenti analisi paleopatologiche condotte sui suoi resti, sepolti nella chiesa di San Marco accanto a quelli dell’amico Giovanni Pico della Mirandola (morto in circostanze misteriose il 17 novembre 1494), hanno rilevato tracce significative di arsenico, aprendo la strada all’ipotesi concreta di un duplice omicidio politico maturato nei giorni bui della transizione di potere.
L’Eredità Culturale
Il ponte tra parole e immagini
Il segno lasciato da Angelo Poliziano supera ampiamente i confini della letteratura stampata, influenzando in modo diretto la storia dell’arte visiva. Le immagini elaborate nei suoi versi hanno fornito un vocabolario estetico preciso ai pittori della sua generazione. I critici d’arte concordano nel riconoscere che i dipinti più celebri di Sandro Botticelli, in particolare La Primavera e La nascita di Venere, costituiscono la trasposizione pittorica diretta dei concetti filosofici e delle scene descritte nelle Stanze per la giostra.
Attraverso i suoi testi, l’autore ha suggerito a Sandro Botticelli non solo i dettagli fisici delle divinità, come il movimento delle vesti gonfiate dal vento o l’intreccio dei fiori, ma anche il significato profondo della bellezza come forza mediatrice tra l’istinto terreno e la contemplazione spirituale. Questo dialogo ininterrotto tra poesia e pittura ha generato l’immaginario visivo che ancora oggi il mondo intero identifica con l’essenza stessa del Rinascimento italiano.
Il fondatore del rigore critico
Sul versante strettamente accademico, l’eredità più duratura di Angelo Poliziano risiede nell’invenzione di un metodo. Prima della sua docenza allo Studio fiorentino, i testi antichi venivano spesso corretti dagli umanisti basandosi sull’intuito personale o sul semplice gusto stilistico. Egli introduce un principio di oggettività rigorosa: stabilisce che un manoscritto antico ha maggior valore rispetto a una copia recente e che le correzioni devono basarsi sullo studio oggettivo dell’evoluzione grammaticale.
Questa metodologia, esposta con precisione tecnica nella Miscellanea, ha gettato le fondamenta per la moderna filologia, la scienza che ancora oggi permette di ricostruire i testi antichi nel modo più vicino possibile alla volontà originale dell’autore. Infine, il suo sforzo di elevare il volgare a lingua d’arte ha fornito il materiale linguistico su cui, pochi decenni dopo, intellettuali come Pietro Bembo costruiranno le regole definitive della lingua italiana moderna.
Per studiare in modo diretto le opere in volgare e la metrica dell’autore Angelo Poliziano, consigliamo l’edizione critica del volume Le Stanze e l’Orfeo disponibile su Amazon.



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