Crollo diga di Molare

Diga Molare

Eventi della Storia: Crollo diga di Molare

Punto chiaveDataLuogoDettaglio
L’Evento13 Agosto 1935Valle dell’Orba (Alessandria)Crollo della diga secondaria di Sella Zerbino a seguito di precipitazioni eccezionali.
Il Volume13 Agosto 1935Bacino di OrtiglietoCirca 18 milioni di metri cubi di acqua fango e detriti si riversano a valle.
L’Impatto13 Agosto 1935Ovada e frazioni limitrofeDistruzione totale delle località Ghiaia, Rebba, Carlovini Monteggio; 111 vittime accertate.
L’Epilogo13 Agosto 1935Confluenza Orba-Stura-BormidaL’onda di piena si sovrappone a quella del torrente Stura, fino a sfociare nel fiume Bormida.

Introduzione

Ci sono luoghi in cui la geografia sembra suggerire prudenza, e valli in cui il silenzio della natura nasconde una memoria d’acqua antica e impetuosa. L’Appennino ligure-piemontese, con le sue gole strette e i suoi torrenti dal carattere torrentizio, è uno di questi luoghi. Eppure, all’inizio del Novecento, l’urgenza della modernità e la fame di energia elettrica spinsero l’ingegno umano a sfidare le pendenze e i bacini naturali di queste terre.

Il disastro di Molare, consumatosi il 13 Agosto 1935, non è soltanto la cronaca di una calamità meteorologica imprevedibile, ma rappresenta una delle ferite più profonde nella storia dell’ingegneria italiana. È una tragedia che anticipa, per dinamiche e per cecità strutturale, le grandi catastrofi del dopoguerra, mettendo a nudo il fragile compromesso tra l’ambizione industriale e il rispetto per gli equilibri geologici.

Quella che doveva essere un’infrastruttura d’eccellenza, capace di alimentare il triangolo industriale del Nord Ovest, si trasformò in pochissimi minuti in un’arma di distruzione di massa. L’acqua, accumulata artificialmente nel pittoresco Lago di Ortiglieto, divenne una forza cieca e inarrestabile, capace di spazzare via decenni di fatiche umane, case, strade e intere comunità.

Il bilancio finale, fermo a 111 vittime, restituisce solo in parte l’entità del trauma. Il cuore della devastazione colpì il comune di Ovada e le sue piccole frazioni, cancellando per sempre una fetta di memoria locale. Ricordare oggi il crollo della diga di Molare significa compiere un esercizio di memoria civile, analizzando passo dopo passo come un errore di valutazione ingegneristica, sommato alla furia del cielo, abbia potuto generare l’apocalisse.

Contesto Storico e Antefatto

La sete di “carbone bianco” e l’ascesa industriale

Per comprendere le radici di questa tragedia, dobbiamo fare un passo indietro e immergerci nel clima febbrile dei primi decenni del Novecento. L’Italia, priva di grandi giacimenti di carbone fossile, aveva trovato nei salti d’acqua alpini e appenninici la sua risorsa primaria: il cosiddetto “carbone bianco”. La città di Genova, con il suo porto in espansione e le sue industrie siderurgiche, necessitava di un flusso costante e massiccio di energia elettrica per sostenere i ritmi produttivi.

A farsi carico di questa impresa furono le Officine Elettriche Genovesi, che individuarono nella Valle dell’Orba un bacino ideale per la realizzazione di un grande invaso idroelettrico. Il progetto, ambizioso e monumentale, prevedeva di sbarrare il corso del torrente Orba, creando un lago artificiale che avrebbe garantito una riserva d’acqua costante per le turbine posizionate più a valle.

Il progetto iniziale e la fatale modifica

Il disegno originario prevedeva la costruzione di un’unica, imponente diga, posizionata in una stretta gola rocciosa e nota come la diga di Bric Zerbino. Si trattava di uno sbarramento a gravità, massiccio e progettato secondo i criteri più avanzati dell’epoca. Tuttavia, durante la fase di sviluppo, emerse la volontà di massimizzare la capienza del futuro Lago di Ortiglieto, innalzando ulteriormente la quota di massimo invaso per immagazzinare più energia possibile.

Questa decisione portò alla luce una grave pecca morfologica rispetto al progetto iniziale. Innalzando il livello dell’acqua, il lago avrebbe tracimato naturalmente attraverso una sella laterale, una depressione del terreno leggermente più bassa rispetto alla diga principale. Per ovviare a questo problema, i progettisti decisero di chiudere quel varco naturale costruendo una diga secondaria, conosciuta storicamente come diga di Sella Zerbino.

A differenza della diga principale, lo sbarramento di Sella Zerbino era essenzialmente un muro in calcestruzzo, lungo 110 metri e alto 14. Non possedeva la stessa mole e la stessa curvatura strutturale del Bric Zerbino. Era un tappo artificiale posizionato su un terreno geologico meno compatto, un compromesso ingegneristico nato per correggere in corso d’opera le ambizioni di un progetto che pretendeva di forzare i limiti naturali della valle.

Un clima di regime e un’estate anomala

I lavori si conclusero nella prima metà degli anni Venti e il bacino di Ortiglieto divenne ben presto non solo una risorsa industriale, ma anche una meta turistica elegante, un vanto tecnologico in perfetta sintonia con la retorica del regime guidato da Benito Mussolini. Le cartoline dell’epoca mostrano signori in barca a remi e alberghi affacciati su acque placide, in un’illusione di totale dominio dell’uomo sugli elementi.

Tuttavia, il clima dell’Appennino sa essere imprevedibile e violento. L’estate del 1935 si era presentata fino ad agosto come una stagione relativamente secca. La terra dei boschi e dei calanchi era riarsa, indurita dal sole, incapace di assorbire l’acqua in modo graduale. Nessuno poteva immaginare che le correnti atmosferiche stessero per scaricare su quella specifica porzione di territorio una quantità d’acqua fuori da ogni logica statistica.

Tutto era pronto per l’innesco della tragedia. Da una parte, un bacino artificiale tenuto a bada da una diga secondaria strutturalmente più debole; dall’altra, un evento meteorologico di proporzioni bibliche che stava per accumularsi nel cielo buio sopra l’Appennino piemontese. L’alba del 13 Agosto 1935 si sarebbe alzata su una valle destinata a non essere mai più la stessa.

Il Cuore dell’Evento: Il Momento “Successe Oggi”

L’alba scura sull’Appennino

La mattina del 13 Agosto 1935 non nacque con i colori dell’estate, ma con un cielo nero e livido che sembrava schiacciare le valli dell’Orba e dello Stura. Le settimane precedenti erano state segnate da una siccità implacabile, che aveva spinto le Officine Elettriche Genovesi a ridurre la produzione idroelettrica e a serrare gli scarichi della diga per conservare ogni preziosa goccia d’acqua. La terra, indurita dal sole prolungato, aveva perso la sua naturale capacità di assorbimento.

Intorno alle sei del mattino, un boato di tuono spezzò il silenzio della vallata, dando inizio a un nubifragio di proporzioni spaventose. I pluviometri della zona registrarono dati che ancora oggi lasciano sgomenti gli studiosi di meteorologia: in meno di otto ore caddero oltre 350 millimetri di pioggia, con picchi di 550 millimetri nella vicina stazione di Lavagnina. Era circa un terzo dell’intera piovosità annuale del territorio, scaricato dal cielo in una sola, interminabile mattinata.

L’impatto sul bacino del Torrente Orba fu immediato e catastrofico. L’acqua piovana, non assorbita dal suolo riarso, scivolò a valle trascinando con sé alberi, fango e massi, gonfiando a dismisura i torrenti. Il grande invaso artificiale del Lago di Ortiglieto, che fino alla sera prima giaceva placido sotto il livello di guardia, iniziò a riempirsi a una velocità terrorizzante.

La vana lotta contro il tempo

Sulla diga, il guardiano Abele De Guz si rese conto con terrore che il livello dell’acqua stava crescendo con un ritmo impossibile da arginare. Diede immediatamente l’allarme, cercando di attivare tutti i sistemi di sicurezza. I sifoni autolivellatori, progettati per scaricare l’acqua in eccesso, entrarono in funzione al massimo della loro portata. Tuttavia, il volume d’acqua in ingresso superava di gran lunga la capacità di smaltimento dell’impianto idraulico.

Verso le ore 10:30, Abele De Guz e il responsabile della vicina centrale elettrica, Mario Grillo, tentarono una manovra disperata aprendo la valvola a campana e lo scaricatore di fondo. Il meccanismo funzionò per pochi minuti, per poi bloccarsi inesorabilmente. La massa di detriti, tronchi e fango che la tempesta aveva riversato nel lago aveva ostruito i passaggi. Da quel momento, l’ingegneria umana si scoprì impotente di fronte alla furia degli elementi. L’acqua continuò a salire, inesorabile.

Intorno alle ore 12:30, la superficie del lago raggiunse la quota critica di 324,50 metri, pareggiando l’altezza massima degli sbarramenti. Il lago iniziò a stramazzare, scavalcando contemporaneamente sia il maestoso arco della diga principale di Bric Zerbino, sia il fragile muro della diga secondaria di Sella Zerbino. Le comunicazioni telefoniche saltarono. Gli addetti alla centrale fecero appena in tempo ad avvertire il comune di Ovada che una quantità d’acqua inimmaginabile stava per abbattersi a valle.

Ore 13:15: l’apocalisse in Valle Orba

Il cedimento fatale non avvenne sul titanico sbarramento principale, che resistette alla pressione, ma sul punto debole del sistema. Alle ore 13:15 del 13 Agosto 1935, il muro di calcestruzzo della diga secondaria di Sella Zerbino, minato alla base dall’erosione e poggiato su una roccia molto più friabile del previsto, si sgretolò di schianto con un boato sordo. La montagna si squarciò.

In un istante, circa 18 milioni di metri cubi di acqua, fango e rocce precipitarono nell’alveo già in piena del torrente Orba. Si formò un muro liquido alto oltre venti metri e largo in alcuni tratti fino a due chilometri. La massa d’acqua scese a valle con una violenza inaudita, sprigionando uno spostamento d’aria paragonabile a quello di un’esplosione. A pochi metri dallo sbarramento crollato, una cascina adibita a ostello fu letteralmente polverizzata ancor prima di essere sommersa dall’acqua.

L’onda mortale raggiunse la centrale idroelettrica, distruggendola completamente. Poi si incanalò lungo le gole del torrente, acquistando ulteriore velocità e spazzando via il grande ponte di Molare. Quando la gigantesca valanga di fango si abbatté sulla piana di Ovada, trovò davanti a sé i rioni abitati e il celebre quartiere Borgo. Le testimonianze dei sopravvissuti, rifugiati sulle alture, raccontarono di case di pietra che si aprivano e collassavano «come libri». La devastazione proseguì la sua corsa fatale fino a confluire nel fiume Bormida, sommergendo le campagne fino ad Alessandria, prima di esaurire la sua spinta omicida intorno alle ore 14:30.

Analisi Verticale – Significato e Risonanza Culturale

Un disastro di regime e la censura fascista

La notizia del disastro di Molare impiegò pochissimo tempo a raggiungere i palazzi del potere, ma la sua diffusione pubblica seguì traiettorie controllate e distorte. Nell’Italia del 1935, il regime fascista guidato da Benito Mussolini era impegnato a propagandare l’immagine di una nazione moderna, tecnologicamente avanzata e invincibile. Il crollo di un’infrastruttura ingegneristica d’eccellenza, capace di causare ben 111 vittime accertate, rappresentava un grave danno d’immagine.

La stampa dell’epoca, pur riportando la drammaticità dei soccorsi e la visita delle autorità, tese a minimizzare le responsabilità umane, ascrivendo l’intera tragedia all’imprevedibile fatalità del maltempo. I titoli dei giornali scivolarono presto in seconda pagina, sostituiti dalle cronache della morte del gerarca Luigi Razza e dai preparativi per l’imminente campagna militare in Etiopia. Il cordoglio per Ovada e per i borghi di Ghiaia e Rebba fu rapido, quasi sbrigativo, come se la nazione avesse fretta di cancellare quella macchia di fango dalla sua vetrina industriale.

Il processo e il trionfo dell’impunità

L’impatto culturale della tragedia trovò il suo amaro epilogo nelle aule di tribunale. L’inchiesta giudiziaria culminò in un processo tenutosi presso la Corte d’Appello di Alessandria e poi a Torino, dove sedettero sul banco degli imputati dodici alti dirigenti delle Officine Elettriche Genovesi, tra cui il potente industriale Mario Perrone.

La sentenza, pronunciata il 4 Luglio 1938, rappresentò un classico esempio di rassicurazione istituzionale. La perizia tecnica, affidata al professor Giulio De Marchi, ordinario di Idraulica, sostenne che il nubifragio avesse avuto proporzioni inaudite e che la diga fosse stata progettata a norma di legge. Tutti i dirigenti ancora in vita furono assolti. L’unica responsabilità fu attribuita postuma all’ingegnere progettista Vittorio Gianfranceschi, comodamente defunto tre anni prima del disastro, nel 1932. Nessuno pagò per aver ignorato la reale tenuta geologica della Sella Zerbino, sacrificando la sicurezza in nome del massimo sfruttamento idrico.

L’Eredità Culturale e l’Impatto nel Tempo

Dagli appennini al Vajont: una tragica catena

Se guardiamo al crollo di Molare con la lente distaccata della storia, non possiamo fare a meno di scorgervi il secondo, fatale anello di una catena di disastri tipicamente italiani. Nel 1923 il crollo della diga del Gleno aveva inaugurato la macabra lista; il disastro di Molare del 13 Agosto 1935 ne fu la dolorosa conferma; la tragedia del Vajont del 1963 e il collasso dei bacini in Val di Stava del 1985 ne rappresenteranno il tragico compimento.

In tutti questi eventi, l’arroganza dell’uomo nei confronti della natura ha seguito uno spartito identico: la priorità del profitto, l’innalzamento forzato degli invasi, la sottovalutazione delle perizie geologiche e, infine, il cedimento strutturale di fronte a eventi naturali avversi. Il disastro di Molare è a tutti gli effetti un “Vajont dimenticato”, un monito idrogeologico che le istituzioni italiane scelsero consapevolmente di non ascoltare.

Il fantasma di Bric Zerbino oggi

Oggi, chi si avventura nei boschi aspri della Valle dell’Orba può ancora imbattersi in una visione spettrale. La diga principale di Bric Zerbino, sopravvissuta alla furia delle acque in quel lontano 13 Agosto 1935, si erge ancora intatta nel silenzio della gola, oggi di proprietà dell’Enel e dismessa. È un gigantesco muraglione di cemento e pietra, orfano del suo immenso lago e inutile baluardo di un’epoca di ambizioni sconsiderate.

Sulla vicina collina, un impressionante squarcio nella roccia segna il vuoto lasciato dalla diga secondaria di Sella Zerbino. La memoria di questa tragedia è mantenuta in vita dai comitati locali, dagli abitanti di Ovada e dai ricercatori che si ostinano a non far cadere nell’oblio quelle 111 vite portate via nel fango. Ricordare il disastro di Molare significa riconoscere che il progresso, quando si recide dal rispetto per la terra che calpestiamo, non costruisce il futuro, ma prepara un inevitabile, doloroso naufragio.

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