Bruce Lee

Bruce Lee - Lee Jun Fan
Nacque un mercoledì di 85 anni fa.
Scomparve un venerdì di 53 anni fa.
Aveva 32 anni.

Biografia

Pietra miliareData completaLocalità e ProvinciaStatoDettaglio storico
Nascita di Bruce Lee27 novembre 1940San Francisco, CaliforniaStati Uniti d’AmericaNasce durante una tournée del padre, l’attore Lee Hoi-chuen. Riceve dalla madre Grace Ho il nome Lee Jun Fan (“colui che ritorna”).
Ritorno in America29 aprile 1959San Francisco, CaliforniaStati Uniti d’AmericaLascia l’oriente per rivendicare la cittadinanza americana, iniziando poi a insegnare arti marziali ea formulare nuove filosofie di combattimento.
Debutto televisivo9 settembre 1966Los Angeles, CaliforniaStati Uniti d’AmericaVa in onda il primo episodio della serie The Green Hornet, dove interpreta il ruolo di Kato, ottenendo un’improvvisa e vasta popolarità.
Consacrazione asiatica23 ottobre 1971Hong KongHong Kong (Regno Unito)Esce nelle sale il film The Big Boss, pellicola che frantuma ogni record d’incassi precedente e lo rende una star di prima grandezza in Asia.
Scomparsa prematura20 luglio 1973Kowloon, Hong KongHong Kong (Regno Unito)Muore improvvisamente a soli 32 anni a causa di un edema cerebrale, poche settimane prima della prima mondiale del film Enter the Dragon.

Introduzione

L’immagine consolidata che la cultura di massa ha ereditato dal Novecento tende, molto spesso, a semplificare la complessità degli individui, riducendoli a icone bidimensionali. Se c’è una figura che ha subito in modo sistematico questa operazione di appiattimento, questa è senza dubbio quella di Bruce Lee. Nell’immaginario collettivo, il suo volto teso nello sforzo, accompagnato dal celebre grido acuto, rappresenta l’essenza stessa dell’azione cinematografica orientale, il lottatore invincibile che da solo sgomina intere bande criminali. È un mito duraturo, affascinante, ma profondamente incompleto.

Il luogo comune vuole che Bruce Lee fosse semplicemente un combattente di strada eccezionalmente dotato, un atleta capace di farsi strada a pugni fino a conquistare le vette di Hollywood. La realtà storica, analizzata con la lente del biografo, ci restituisce invece un intellettuale del corpo, un innovatore culturale e un profondo studioso che si laureò in filosofia. Non si limitò a sferrare calci a favore di telecamera, ma smantellò secoli di dogmatismo marziale, costruendo un ponte irripetibile tra il pensiero filosofico orientale e il pragmatismo occidentale.

Quando venne al mondo, in un ospedale della comunità cinese americana, ricevette dai genitori il nome di Lee Jun Fan, un appellativo che tradotto letteralmente significa “colui che ritorna”. Era una speranza, una profezia sussurrata in un’epoca incerta, quasi a voler sancire fin dal primo respiro un destino circolare che lo avrebbe riportato negli Stati Uniti. Essendo venuto alla luce nell’anno del Drago e nell’ora del Drago, secondo l’astrologia cinese la sua natura era già scritta sotto il segno di un’energia indomabile, un fuoco che avrebbe consumato in fretta la sua stessa esistenza, ma che avrebbe illuminato per decenni le generazioni successive.

Contesto Storico e Origini

Un figlio d’arte tra due continenti

Per comprendere le radici della complessa identità di Bruce Lee, è fondamentale inquadrare con precisione il clima geopolitico e culturale del 1940. L’Europa era già precipitata nell’abisso della Seconda Guerra Mondiale, mentre nel quadrante asiatico l’Impero Giapponese espandeva la sua morsa, minacciando direttamente la colonia britannica di Hong Kong. Fu in questo scenario di imminente catastrofe che l’attore Lee Hoi-chuen, stella assoluta dell’Opera cantonese, decise di portare la moglie Grace Ho, incinta del loro quarto figlio, in tournée negli Stati Uniti.

San Francisco, con la sua grande e laboriosa Chinatown, offriva un rifugio temporaneo lontano dalle sirene degli allarmi aerei. L’ambiente in cui crebbe il neonato era impregnato di arte, musica e finzione scenica. Essere un “figlio d’arte” in quel contesto significava respirare la disciplina ferrea del palcoscenico cinese fin dalla culla. L’aria che si respirava in famiglia era una miscela di tradizione millenaria e di modernità occidentale, un dualismo che divenne il motore pulsante della vita del futuro maestro di arti marziali. A soli sei anni, proprio per questa sua familiarità con le macchine da presa, debuttò nel film The Beginning of a Boy, iniziando a familiarizzare con un mezzo che avrebbe in seguito rivoluzionato.

La Hong Kong del dopoguerra e i combattimenti sui tetti

Pochi mesi dopo la sua nascita, la famiglia decise di fare ritorno a Hong Kong, finendo per subire la dura occupazione giapponese iniziata alla fine del 1941. Quando il conflitto mondiale giunse al termine, la città si trasformò in un calderone ribollente di profughi, tensioni sociali e miseria. Le strade erano controllate da diverse bande giovanili e la microcriminalità era un fenomeno diffuso. In questo ecosistema urbano turbolento, il piccolo Bruce Lee, che a otto anni si era guadagnato il soprannome di “Siu Lung” (Piccolo Drago) proprio per il suo carattere vivace e per l’appartenenza astrologica, doveva imparare a difendersi.

Inizialmente avviato allo studio della danza, disciplina in cui eccelleva per grazia e senso del ritmo, a tredici anni comprese che per sopravvivere nelle risse di strada serviva ben altro. Le scazzottate sui tetti dei palazzi di Hong Kong, lontano dagli sguardi della polizia britannica, erano il banco di prova per i giovani del quartiere. Fu questa necessità empirica e quotidiana, unita all’insofferenza per le risse in cui spesso finiva malmenato, a fargli abbandonare le piste da ballo per varcare, nel 1953, la soglia del kwoon (la scuola) del celebre maestro Ip Man, caposcuola dello stile Wing Chun.

Il panorama delle arti marziali cinesi di quegli anni era estremamente conservatore, chiuso in se stesso, quasi esoterico. I maestri custodivano gelosamente i propri segreti, esigendo un’obbedienza cieca e vietando l’insegnamento agli occidentali. Bruce Lee entrò in questo mondo arcaico come un elemento di rottura, assorbendo avidamente i concetti fisici e biomeccanici, ma iniziando fin da subito a porsi domande che nessuno studente aveva mai osato fare. La sua mente occidentale e il suo corpo orientale si preparavano a scuotere dalle fondamenta una tradizione secolare.

L’Ascesa

Il ritorno in America e la filosofia

Nel 1959, le continue risse di strada a Hong Kong rischiavano di compromettere definitivamente il futuro del giovane e irrequieto lottatore. La famiglia decise così di allontanarlo dai guai, sfruttando la sua cittadinanza americana per farlo rientrare a San Francisco. Arrivato negli Stati Uniti con pochi dollari in tasca, Bruce Lee iniziò una dura gavetta quotidiana, lavorando come cameriere in un ristorante per potersi mantenere. La sua profonda sete di conoscenza lo spinse tuttavia a proseguire gli studi a Seattle, dove si immerse nella lettura e nell’analisi, arrivando a laurearsi in filosofia.

Questa formazione accademica non fu un percorso marginale, ma il vero spartiacque intellettuale della sua vita. Lontano dai rigidi dogmi e dai divieti dei vecchi maestri cinesi, iniziò a insegnare il combattimento a chiunque lo desiderasse, indipendentemente dalla provenienza etnica. Questa apertura rivoluzionaria verso gli occidentali gli attirò aspre ostilità da parte delle comunità tradizionaliste cinesi in America, ma egli non arretrò mai di un passo. Fu in questo crogiolo di esperienze sul campo, tra aule universitarie e palestre improvvisate, che prese forma il suo pensiero più maturo e la sua personale evoluzione marziale.

Il Piccolo Drago alla conquista di Hollywood

Svincolandosi dalle forme classiche, Bruce Lee fondò un nuovo e dirompente stile di combattimento battezzato Jeet Kune Do, che lui stesso tradusse poeticamente come “la via per captare il pugno”. Il suo carisma naturale e la sua sbalorditiva rapidità di esecuzione attirarono ben presto l’attenzione dei produttori televisivi di Hollywood. Il suo primo, vero approdo nel mondo dello spettacolo americano su larga scala avvenne con la serie televisiva poliziesca The Green Hornet, trasmessa a partire dall’autunno del 1966, dove gli venne affidato il ruolo di supporto.

Interpretando il fedele e letale aiutante Kato, il giovane attore rubò letteralmente la scena al protagonista principale. Si muoveva davanti agli obiettivi con una grazia felina e una velocità che gli operatori di ripresa faticavano persino a registrare chiaramente su pellicola, costringendolo spesso a rallentare volutamente i movimenti. Nonostante l’enorme e improvviso successo di pubblico generato dal suo personaggio, Hollywood continuava però a relegarlo a ruoli stereotipati e di contorno. Questa frustrante resistenza culturale dell’industria americana lo spinse a cercare la sua consacrazione definitiva ritornando in oriente.

Il Giorno del Destino: Il Momento “Successe Oggi”

La notte che cambiò il cinema d’azione

Amareggiato dalla miopia dei grandi studios statunitensi, che lo giudicavano troppo “orientale” per poter reggere il peso di un ruolo da protagonista assoluto, Bruce Lee fece ritorno a Hong Kong. Qui trovò un panorama cinematografico locale in pieno fermento e pronto a esplodere sul mercato globale. Firmò un accordo con un giovane e visionario produttore di nome Raymond Chow, il quale decise di scommettere su di lui offrendogli il ruolo principale in un film d’azione dal budget estremamente ridotto, girato in Thailandia e intitolato The Big Boss.

Il 23 ottobre 1971 rappresenta la data esatta di demarcazione tra l’attore emergente e la leggenda immortale. Quella sera, all’interno di un cinema gremito di Hong Kong, si tenne la prima proiezione ufficiale della pellicola. L’attesa per il ritorno in patria del figliol prodigo era alta, ma nessuno poteva immaginare la portata sismica di ciò che stava per accadere. Quando le luci della sala si spensero e la proiezione prese vita sullo schermo, il pubblico asiatico si trovò di fronte a una rappresentazione della lotta del tutto inedita: carnale, violenta, viscerale e incredibilmente cruda.

Un trionfo senza precedenti

Non c’erano più i fili nascosti o gli sbalzi gravitazionali irreali tipici dei film classici sulle arti marziali. C’era solamente l’energia pura e devastante di un corpo umano portato all’estremo assoluto delle proprie capacità fisiche. Al termine dell’evento, la sala esplose in un boato di ovazione senza precedenti, un moto di entusiasmo che costrinse l’attore e la produzione a farsi strada tra una folla in delirio. I presenti avevano appena assistito alla nascita di un nuovo eroe, un vendicatore in cui il popolo orientale poteva finalmente rispecchiarsi senza complessi di inferiorità.

Il film The Big Boss frantumò in pochi giorni ogni record di incassi nella storia del cinema asiatico. Da quel preciso istante, Bruce Lee smise di essere soltanto un talentuoso istruttore di arti marziali prestato alla televisione americana. Nel volgere di una sola notte era diventato un’icona culturale intoccabile, un fenomeno di massa capace di dettare le regole di un intero genere cinematografico e di spostare per sempre gli equilibri dell’intrattenimento mondiale.

Analisi Verticale

L’acqua e la rottura degli schemi

Il segreto dell’impatto planetario di Bruce Lee non risiedeva esclusivamente nella sua straordinaria e scultorea fisicità, ma nella formidabile mente analitica che ne guidava ogni singolo gesto. I suoi studi non furono un mero orpello accademico, bensì lo strumento critico con cui dissezionò spietatamente le tradizioni marziali. Egli sosteneva infatti che gli stili classici, con le loro forme codificate e i movimenti rigidamente prestabiliti, fossero simili a cercare di imparare a nuotare stando all’asciutto: esercizi di grande estetica, ma del tutto inefficaci nel caos brutale e imprevedibile di un combattimento reale.

Da questa critica feroce prese corpo la sua dottrina, successivamente raccolta ed esposta in forma scritta nelle pagine del suo celebre manuale postumo, intitolato The Tao of Jeet Kune Do. L’intuizione fondamentale si basava sull’assoluta economia del movimento e sul concetto di intercettazione immediata: l’obiettivo non era parare per poi contrattaccare in un secondo tempo, ma colpire l’avversario nell’esatto momento in cui egli stesso stava caricando l’attacco. Questa adattabilità totale fu magistralmente riassunta nel suo invito a “essere senza forma, come l’acqua”, una visione che univa la millenaria filosofia taoista al pragmatismo occidentale.

L’estetica cinematografica e la voce italiana

Sui set cinematografici, questa ferrea filosofia dell’efficienza si tradusse in una poetica visiva dirompente e inconfondibile. Le coreografie che ideava non erano più concepite come una danza armoniosa, ma venivano strutturate come un’esplosione geometrica di precisione e potenza. Per documentare questa autenticità, imponeva ai registi l’uso di inquadrature ampie e campi lunghi, rifiutando i montaggi frenetici che servivano solitamente a mascherare le incapacità tecniche degli attori. Lo spettatore doveva vedere chiaramente la distanza, la velocità reale del colpo e il punto di impatto.

Per trasmettere intatta questa formidabile intensità drammatica al pubblico della nostra penisola, fu determinante il grande lavoro di adattamento in sala di registrazione. L’attore e storico doppiatore Cesare Barbetti divenne la voce italiana ufficiale del lottatore, donandogli un timbro vocale fermo, asciutto e profondamente autorevole. La sua interpretazione seppe rispettare appieno la gravità e l’espressività dei silenzi del divo, conferendo uno spessore umano e drammatico che arricchì ulteriormente la percezione del personaggio nel nostro Paese.

Il Tramonto

Il trionfo assoluto e l’approdo a Roma

Dopo il clamoroso e inaspettato successo del suo primo vero ruolo da protagonista, Bruce Lee non si concesse alcuna pausa, consapevole che il ferro del successo andava battuto finché era incandescente. Nel 1972 consolidò il suo status di divo asiatico girando The Fist of Fury, una pellicola in cui l’elemento dell’orgoglio nazionalista cinese esplodeva in tutta la sua potenza narrativa. Ormai padrone assoluto del proprio destino artistico, decise di fondare una propria casa di produzione per avere il totale controllo creativo sui suoi progetti futuri, rifiutando di sottostare ai compromessi commerciali dei grandi studi cinematografici.

Questa totale autonomia lo portò, sempre nel 1972, a scrivere, dirigere e interpretare The Way of the Dragon, un’opera che segnò un ulteriore salto di qualità nella sua cinematografia. La produzione scelse coraggiosamente l’Europa, e più precisamente Roma, come palcoscenico per le riprese principali. La scena del combattimento finale, ambientata tra le millenarie rovine del Colosseo contro il campione americano di karate Chuck Norris, rappresenta ancora oggi una delle sequenze d’azione più iconiche e studiate della storia del cinema, una vera e propria tesi di laurea visiva sul suo stile marziale.

La finta rissa nei corridoi dell’hotel

Una notte, dopo una lunga giornata di riprese, Bruce Lee e Chuck Norris si ritrovarono a discutere animatamente di biomeccanica e tecniche di combattimento nelle loro stanze d’albergo a Roma. La passione prese il sopravvento e i due decisero di testare i colpi passando alle vie di fatto nel lungo corridoio dell’hotel. Iniziarono a fare sparring in modo estremamente realistico, scambiandosi colpi veloci e rumorosi. I tonfi dei calci e le cadute sul pavimento allarmarono a tal punto gli altri clienti da costringere la direzione dell’albergo a intervenire nel cuore della notte, credendo che fosse in corso una brutale aggressione.

Il Colosseo clandestino e le telecamere nascoste

Una delle verità meno note di quella pellicola è che la troupe non aveva ottenuto i permessi legali necessari per girare scene d’azione complesse all’interno dell’Anfiteatro Flavio. Bruce Lee, che del film era anche regista e produttore, decise di aggirare la burocrazia ricorrendo alla pura guerriglia cinematografica. La troupe entrò nel monumento mescolandosi ai normali turisti, nascondendo le costose cineprese all’interno di grosse borse da viaggio. Approfittando della distrazione dei custodi (e allungando qualche mancia strategica), girarono frettolosamente e in segreto tutte le inquadrature larghe e i piani totali di cui avevano bisogno.

L’illusione ottica e il set in Asia

Proprio a causa di questa totale mancanza di permessi romani, il combattimento più famoso della storia del cinema d’arti marziali è, in gran parte, una straordinaria illusione ottica. Se le riprese ampie mostrano effettivamente Bruce Lee e Chuck Norris studiarsi a distanza tra le vere rovine romane, tutti i primi piani, i dettagli dei colpi e il combattimento a terra furono girati settimane dopo. La produzione ricostruì con certosina pazienza una porzione dell’arena negli studi della Golden Harvest a Hong Kong, curando il montaggio visivo in modo così maniacale da rendere lo stacco geografico quasi impercettibile al pubblico.

La dieta forzata dell’avversario

Un altro dettaglio affascinante riguarda la preparazione fisica imposta per la celebre scena finale. Bruce Lee desiderava che il contrasto visivo tra lui e il suo avversario fosse netto, drammatico e insormontabile. Per questo motivo, chiese esplicitamente a Chuck Norris di interrompere i duri allenamenti aerobici e di ingrassare di circa una decina di chili, mangiando in modo sregolato. L’obiettivo registico era far apparire il campione americano molto più massiccio e imponente, esaltando così l’agilità, la tecnica e la formidabile velocità del Piccolo Drago, capace di abbattere un gigante con la sola forza del pensiero strategico.

Ristoranti, cortili e campi

Se le inquadrature larghe (Villa d’Este (Tivoli) e le Cento Fontane, il Colosseo e il Foro Romano, l’Arco di Costantino, la Fontana di Trevi, Piazza Navona, Piazza del Popolo, Piazza del Campidoglio e Piazza Venezia) ritraggono davvero i protagonisti tra le meraviglie romane, i celebri interni del ristorante, il cortile e i campi in cui si consumano gli agguati non furono mai girati in Italia.

Questi ambienti furono interamente ricostruiti con meticolosa pazienza nei teatri di posa della Golden Harvest a Hong Kong. La scelta si rese necessaria per gestire in totale sicurezza le complesse coreografie di arti marziali e la distruzione degli arredi, garantendo a Bruce Lee lo spazio controllato indispensabile per la riuscita delle scene senza che lo spettatore potesse percepire il distacco geografico.

L’apice e i primi segnali di cedimento

L’eco planetaria dei suoi film asiatici costrinse finalmente Hollywood a fare un passo indietro e a riconoscere il suo indiscutibile valore commerciale e artistico. Agli inizi del 1973, la grande industria del cinema americano tornò a bussare alla sua porta, proponendogli una co-produzione internazionale ad altissimo budget intitolata Enter the Dragon. Era il progetto che aveva atteso per tutta la vita, la consacrazione globale che lo avrebbe trasformato in una superstar planetaria, ma il livello di stress fisico e mentale a cui si sottopose durante le riprese raggiunse limiti umanamente insostenibili.

Mentre lavorava parallelamente anche a un progetto molto personale, il film The Game of Death (iniziato nel 1973 e rimasto purtroppo incompiuto), il suo fisico perfetto iniziò a mandare segnali di grave sofferenza. Il 10 maggio 1973, durante una faticosa sessione di doppiaggio negli studi di Hong Kong, Bruce Lee collassò improvvisamente, venendo trasportato d’urgenza in ospedale a causa di un grave edema cerebrale. Riuscì a riprendersi dopo pochi giorni, ma quell’episodio fu il cupo preludio di una tragedia che si sarebbe consumata di lì a poche settimane, gettando un’ombra oscura e indelebile sulla sua folgorante carriera.

Una scomparsa prematura e oscura

Il 20 luglio 1973, in una giornata torrida a Kowloon, il destino presentò il suo conto definitivo. Nel primo pomeriggio, Bruce Lee si incontrò con il produttore Raymond Chow per discutere gli ultimi dettagli del film incompiuto, per poi recarsi nell’appartamento dell’attrice taiwanese Betty Ting Pei. Lamentando una forte e persistente emicrania, accettò dalla donna un comune analgesico contenente meprobamato e aspirina, decidendo di distendersi per un breve riposo pomeridiano da cui, purtroppo, non si sarebbe mai più risvegliato.

I tentativi di rianimazione da parte dei medici accorsi sul posto e il disperato trasporto in ospedale si rivelarono del tutto inutili. Bruce Lee venne dichiarato morto a soli 32 anni, vittima di un secondo, fatale edema cerebrale, verosimilmente scatenato da una reazione allergica al farmaco ingerito. La sua scomparsa improvvisa e prematura, avvenuta in circostanze per certi versi mai del tutto chiarite, scatenò una tempesta di illazioni, complottismi e leggende metropolitane. Morì appena un mese prima dell’uscita mondiale di Enter the Dragon, non potendo mai assistere al proprio, definitivo trionfo globale.

L’Eredità Culturale

Il ponte tra Oriente e Occidente

La traccia lasciata da Bruce Lee nella cultura contemporanea supera di gran lunga i confini dell’intrattenimento cinematografico. Prima della sua apparizione, l’uomo asiatico nel cinema occidentale era relegato a macchiette stereotipate: il servitore obbediente, il cattivo subdolo o la figura comica di contorno. Con la sua fisicità prorompente, la sua cultura profonda e il suo carisma magnetico, egli distrusse letteralmente questi pregiudizi razziali, offrendo al pubblico una figura di eroe fiero, invincibile e intellettualmente superiore.

Sul piano squisitamente filosofico e sportivo, il suo lascito è incalcolabile. Il suo rifiuto di aderire ciecamente alle tradizioni marziali arcaiche ha aperto la strada a una modernizzazione del combattimento che, decenni dopo, avrebbe trovato la sua massima espressione nelle attuali discipline miste. L’idea che un combattente dovesse assorbire ciò che è utile, scartare ciò che è inutile e aggiungere ciò che è unicamente suo, non è soltanto una nozione tecnica, ma un vero e proprio approccio all’esistenza umana, una lezione di libertà intellettuale che continua ad affascinare le nuove generazioni.

Un mito che sopravvive al tempo

Oggi, camminando per le strade di Hong Kong, di Los Angeles o ammirando la statua di bronzo a lui dedicata lungo l’Avenue of Stars, si percepisce chiaramente come la sua figura abbia trasceso la dimensione mortale per farsi puro archetipo. L’immagine di Bruce Lee, con i muscoli tesi e lo sguardo di fuoco, è diventata un’icona universale di resistenza, di disciplina e di perfezionamento di sé stessi. Nonostante una carriera da protagonista durata lo spazio di soli tre anni, il Piccolo Drago è riuscito nell’impresa più difficile per un essere umano: imprimere il proprio nome nella storia, diventando realmente immortale.

Il mito sullo schermo: le opere biografiche

La parabola umana e professionale del Piccolo Drago era troppo intensa, rapida e drammatica per non diventare, a sua volta, materia di narrazione cinematografica. Nel corso dei decenni, diverse produzioni hanno tentato di catturare l’essenza della sua esistenza, contribuendo in modo decisivo a mantenere viva la sua leggenda. L’opera più celebre e di maggiore impatto sul grande pubblico occidentale resta senza dubbio il film Dragon – La storia di Bruce Lee, uscito nelle sale nel 1993 per la regia di Rob Cohen. La pellicola, basata intimamente sulle memorie scritte dalla moglie Linda Lee Cadwell, ha visto il giovane attore Jason Scott Lee sobbarcarsi l’arduo compito di incarnare non solo la fisicità dirompente, ma anche i tormenti interiori e la faticosa lotta contro i pregiudizi razziali del divo. In tempi più recenti, nel 2008, la monumentale produzione televisiva cinese intitolata La leggenda di Bruce Lee, forte di ben cinquanta episodi e con protagonista l’attore Danny Chan, ha esplorato con minuziosa lentezza ogni tappa della sua formazione. Questa continua necessità di raccontarlo dimostra come, a distanza di decenni, il fascino del suo percorso terreno rimanga un soggetto visivo e letterario inesauribile.

Ecco la corrispondenza tra i titoli originali e quelli con cui le opere sono arrivate in Italia:

  • The Green Hornet (serie televisiva) è arrivata sui nostri schermi come Il Calabrone Verde.
  • The Big Boss (1971) è uscito in Italia con il titolo Il furore della Cina colpisce ancora. Curiosamente, la distribuzione italiana lo portò nelle sale dopo il successo del suo secondo film, aggiungendo per logica commerciale la parola “ancora”.
  • The Fist of Fury (1972) è il celeberrimo Dalla Cina con furore.
  • The Way of the Dragon (1972, girato a Roma) è stato distribuito con il memorabile titolo L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente.
  • Enter the Dragon (1973) è il famoso I tre dell’operazione Drago.
  • The Game of Death (1973, il film incompiuto completato postumo) è arrivato da noi come L’ultimo combattimento di Chen.

Per quanto riguarda The Beginning of a Boy, la primissima pellicola girata da bambino a Hong Kong, non ha mai avuto una distribuzione commerciale ufficiale nei cinema italiani dell’epoca. Per questo motivo viene sempre citato solo con il suo titolo internazionale inglese.

Per approfondire il pensiero, la strategia e la straordinaria filosofia marziale del Piccolo Drago, ti consigliamo la lettura del libro fondamentale The Tao of Jeet Kune Do, scritto e ideato dallo stesso Bruce Lee, ed altre opere, disponibili per l’acquisto su Amazon.

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